Guardali, tutti lì appesi che mi sorridono, aspettate e vedrete, cari amici.
Cosa mi è toccato fare per tornare a respirare, da esiliato della vita, persona inesistente, dimenticato.
E’ per questo che mi sono inventato questa cazzata, perché sapevo già che in un mondo che rifugge il normale per paura di ammetterselo bisogna uscire dall’ordinario per avere attenzione.
Proprio così, godevano come imbecilli quando gliel’ho detto; figurarsi! Il più scemo di questi rimbambiti (che poi il rimbambito sarei io che ho 78 anni, non loro che hanno il cervello in zuppa a trent’anni!) continuava a dire “Fico, fichissimo!” quasi fossi stato una sciarpina di seta.
Ma sono scattati subito eh? E figurati, un’occasione così quando si ripresenta?
Mi hanno fatto qualche domanda, ma mi ero preparato. Sono rimasti di stucco quando gli ho fatto vedere che ero allenato! Eh si, anche un bavoso di settantotto anni, dico sette-otto, poteva essere allenato, e soprattutto nelle robe giuste: saturazione sopra 100, battito regolare, tono muscolare fuori dalla norma per l’età.
Mi han fatto pure parlare con lo psicologo, ‘sti fessi, come se non mi fossi preparato! Mi ero letto tutto il Durkheim, due volte! E la mia brava psicologhina mi faceva le due domandine che mi aspettavo, proprio lì, come due caciottine fresche da mangiare.
Era tutta sorridente e rilassata, poi, quando la sua “lettura” della questione era rientrata nelle sue capacità di comprensione, come da manuale. E “fico, fichissimo” ancora più pompato,‘che non vedeva l’ora di dare la notizia alla stampa!
Son venuti i giornalisti, son venuti. Tutti a cercare il “pezzo di colore”, l’occasione per scrivere qualcosa che fosse finalmente pubblicato. Certo una notiziola piccola, ma pur di distrarre i lettori da fatti ben più importanti che non si possono scrivere meglio dar risalto al nonnino paracadutista.
Tutto sapevo, tutto. Anche il momento in cui “Fico, fichissimo” mi avrebbe tolto la parola per dire le sue quattro cavolate sullo sport, sul “non mollare”!
L’avrei potuto scrivere in busta chiusa e consegnarglielo dopo. Le solite corbellerie di chi non vuole andare in profondità, di chi tace per non sentire, neanche se stesso.
Abbiamo fatto le foto, gli ho pure messo i ditini a V, come voleva “fico”, che sorrideva gonfiando il petto caso mai la foto fosse finita nelle mani giuste e – finalmente – avesse avuto anche lui l’occasione della vita. Quella che faceva diventare tutto bello.
Bello questo vento, me lo aspettavo più freddo, ma meglio così no?
La tuta non è così scomoda, e non stringe “lì” dove diceva “fico” dandomi di spalla, alla “tra noi uomini veri”.
Povero idiota, c’ha trent’anni e meno voglia di cambiare il mondo di Senise, che ne ha ottanta e gira con il pannolone, ma che vorrebbe essere sulle barricate come nel quarantacinque, che la mira ce l’ha ancora buona dice.
Chiacchiere da Bar, dove siamo relegati quando ancora riusciamo a raggiungerlo. E lì ci si da ai nostri vizi: dalle carte, alla settimana enigmistica, al vino giù giù a perdersi fino al pensare. Roba da sballo vera, mica le schifezze che si cacciano nel corpo i cosiddetti giovani!
Eh pensare. E’ bello ma fa male., se ci sai fare. Toh, la rima.
Se ci sai fare ti fai le domande, mentre pensi. E ti chiedi dove siano finiti tutti. Mica quelli morti, che si sa che o sono tre metri sotto o settemila sopra, secondo le credenze che uno ha. No, dove sono finiti quelli vivi, o biologicamente tali.
Si comincia dai parenti, che svaniscono come i titoli di coda di un bel film. Quando anche l’aiuto truccatore non lo vedi più cominci a capire che sei diventato vecchio, anziano, socialmente fastidioso.
E, contemporaneamente, si innalza reciprocamente il tasso di presenza delle sanguisughe: i politici prima di tutti. Vengono a trovarti con le telecamere di fianco, mai senza. Ed è un tripudio di “Ma che belle signore!, “Sempre arzillo il nonnetto” e cagate simili. All’ultimo che è passato (o il penultimo chi se ne frega) gliel’ho detto: “quanto mi da?”
Quello sorride e fa “Come scusi?”- E io, senza sorridere, “Vuole il mio voto no? Quanto è disposto a pagarmi per averlo? Me lo dica che facciamo il contrattino e lei se ne va a mani piene, che almeno la gita dai vecchi le ha dato qualcosa.”
Niente, neanche il coraggio di accettare l’offerta. Macché.
Si è girato verso Bonelli e ha buttato tutto sul ridere, o peggio ha cominciato anche a parlare di “socialità” e di “ bene della comunità” e “riscoprire i valori antichi”.
Povero scemo, che, se ci stava, pagavo il giro al Bar Grande, magari brindavamo pure alla sua salute, hai visto mai?
Schiavi, ecco cosa sono. Doppiamente perché pensano che gli schiavi siamo noi, che loro ci “governano”. Come se non sapessero che sono solo un’altra parte del formicaio, né peggio né meglio, incastrati come tutti gli altri a portare la loro briciolina.
Formiche? Mica vero. Chissà chi è stato il primo a dire che da quassù sembriamo tante formichine. Uno del 1800, sicuro. Uno che non aveva mai visto le foto aeree, satellitari o gugolmeps, come si chiama.
Guarda là: i bambini escono da scuola. Speriamo c’abbiano una maestra brava, di quelle che ancora ci credono. Che gli insegni mica solo addizioni e accenti ma che imparare è bello. Che è l’unico fuoco che alimenta il pensare!
Come diceva il Dante? “Fatti non foste a viver come bruti!” la più bella bestemmia mai scritta.
Almeno per quella chiesa che ci vuole tutti addormentati.
Non sono addormentato, e ti ho visto che mi fai segno, ma non tocco la maniglia. Sgomentati pure, pirla.
Siamo alla quota giusta, qualcuno ha già aperto. Io no.
Tanto giusto il prete ci mancava, e invece eccolo lì puntuale, a braccia aperte e il sorriso stampato sulla faccia. Porco Giuda. L’unico che non ci era cascato del tutto; m’ha fatto sudare eh? Quelli lì, quando hanno l’idea che gli stai scappando dalle grinfie, che li stai fregando, vengono fuori d’istinto. Non mollava, non ci credeva al vecchietto che voleva far vedere quanto valeva, che sognava un momento di notorietà. Peggio della Gestapo, mica perché l’ho conosciuta eh, ma me l’ha raccontata il Villani. Sette giorni a Villa Triste che si vedono nelle unghie mai più ricresciute e nella voce, ogni volta che parla.
Chi ha conosciuto le infinite bassezze dell’uomo si porta dentro una ferita che non si chiuderà mai. Un peso che ogni giorno ti porta giù.
Ma qui siamo ancora in alto, secondo me a 2000. Potrei ancora tirare, ma perché?
Paura non ne ho, neanche il prete è riuscito a instillarmi il diavolo della morte, che di solito gli riesce bene con tutti. Ho fatto il finto tonto, tanto dovevo solo copiare da “fico, fichissimo”.
Alla fine ha mollato. Non c’ha creduto del tutto, questo lo so, ma non è riuscito a fottermi, e questo lo sapeva lui.
Sulla porta l’ho baciato, così rispettiamo la loro tradizione. Se n’è andato via con gli occhi cattivi: un’anima in meno in controllo, una pecorella in più che si faceva i cazzi suoi.
E difatti continuo a farmeli. Lo so, lo so dov’è la maniglia di emergenza. Non fatemi gesti, che tanto ho capito. Voi no eh?
Sembrate il professore. Eh si, anche lui mi sono dovuto sorbire, per una volta attento.
Certo, c’è da capirlo. Non si può vivere una vita assillato dai problemi dei vecchi. Tanto la malattia è sempre la stessa: la vecchiaia, che noi ci sforziamo di curare prolungandola. Così il professore, per una volta, voleva capire.
Mi ha fatto gli esami, per vedere se rientravo in qualcuno degli schemi che s’è imparato a scuola. Niente, non è riuscito neanche a trovare una pillola giusta, questa volta.
Mica come la Trancani, che ogni volta va a piangergli la sua solitudine, dissimulata in forma di dolori, di paure di “qualcosa di brutto” e se ne torna a casa carica di belle parole e scatolette prese in farmacia; tanto per contribuire economicamente al sistema.
Via così, veloci, che sono un medico; mica un’assistente sociale o vostro nipote! Uno alla volta ma max venticinque minuti, prego qua la ricetta, che il tempo vola.
Anch’io volo, e il campetto è sempre più vicino.
Perché lo faccio? Boh, tanto ormai è troppo tardi per tirare. Cosa fatta capo ha, diceva mia nonna.
Roba solida, venuta su in campagna che non aveva paura di niente, neanche dei tedeschi della Wermacht, tanto per capirci.
L’ho fatto per la nonna ecco, perché quando se n’è andata ha aspettato a fare la pasta, se no si buttava tutto. E poi è salita in camera, e a noi nipoti ha detto solo “allora io vado”.
Così, serena, senza paure o pianti, ‘che tanto il senso della vita, della sua, l’aveva capito e aveva capito che c’ha un fine, di nome e di fatto.
Mica i piagnistei che mi toccano ogni giorno, di vecchi spaventati perché la morte non rientra nel giro del mondo attuale. Morire non fa “fico, fichissimo”. E poi non consumi più, non chiedi più mutui (che tanto dopo i sessanta non te li fa più nessuno lo stesso), non contribuisci al benessere sociale. Morire non è bello, soprattutto se non hai ancora provato il calcio in 3D!
Questa si che è vita!
Poi però tutti lì a farsi domande, indire convegni e partecipare a tolc-sciò per discutere sul “senso della vita”.
Banda di idioti. Come se non si sapesse.
Ecco, potevo lasciarglielo scritto, ma una lettera avrebbe sicuramente causato domande e – forse – qualcuno si sarebbe accorto del mio trucco.
E allora ve lo dico adesso, che sto ritornando alla terra, nel vero senso della frase, sempre più vicina, altro che formiche.
Volete sapere qual è il senso di questa cosa che chiamiamo vita? Semplice! Ecco la rispostona al quiz mega milionario, quella che farà felice la massa:
“il senso della vi…”.
Da "La Repubblica" del 13 novembre 2011:
A 78 anni si lancia da 4000 metri
ma il paracadute non si apre
L'uomo non è riuscito ad aprire completamente il paracadute forse a causa di una manovra errata.
giovedì 17 novembre 2011
venerdì 7 ottobre 2011
Nel senso
Il Migliavacca, nel senso del Francesco, era da un po' che stava sulla via briscola. Nel senso che aveva cominciato piccolino, quando il padre bancario rispettato l'avevano fatto correre da Boggi in centro per rendere conto delle due sciarpine di seta che il Franceschino si era intascato senza passare dal via, nel senso della cassa.
Il ragioniere padre l'aveva sempre detto che questo figlio qua mah! E gli voleva bene, solo che da quella volta lì l'aveva scoperto, nel senso della scoperta di un nuovo mondo, di una tribù dagli usi e costumi strani e incomprensibili. E da allora, e da allora di altre scoperte ne aveva dovute patire il galantuomo, non l'aveva mai ripreso, ragguagliato, rimproverato. Neanche un sano scappellotto alla milanese, misto di incazzatura solenne e tutto sommato affetto paterno che solo dalle nostre parti si usa.
Si limitava a guardarlo fisso, non corrucciato o riprovante, piuttosto uno studioso che vede per la prima volta un marziano.
E si poteva capirlo, nel senso che il Migliavacca padre stava sotto la voce onestà della Treccani. Ma il figlio... mah!
E le voci correvano, nel senso che anche in Commerciale si sussurrava al caffè, si alludeva con lo sguardo scuotendo il capo in un misto di finto dispiacere per il Ragionere e sana goduria da trapasso Dantesco.
Alla prima uscita del figlio sulla cronaca del Giorno ci fu pure l'invito del Direttore Filiale a fare due chiacchiere in ufficio. E il Migliavacca padre non ci rimase bene.
Anni dopo, sul letto di Niguarda che stava per diventare l'ultimo, ci fu un abbraccio finale, ma lo sguardo era sempre lo stesso.
Il Franceschino cresceva, sia in statura che in cazzate, che cominciavano a farsi notare.
Non che fosse cattivo, solo un po' impulsivo. Pronto allo sberlone preso e dato e immancabilmente beffardo verso la Madama che, sempre immancabilmente, interveniva.
Lui lo diceva che avevano iniziato gli altri, che lo guardavano in modo strano, ma hai voglia a farlo capire a quelli lì.
E tanto era nota la faccia che alla prima cazzata grossa, che a momenti ci scappava il morto, neanche il commissario che rispettava il padre, gli poté risparmiare il gabbio.
Ne uscì bene, nel senso della buona condotta e della pena ridotta, ma ormai aveva rotto il ghiaccio e ci ritornò un paio di volte, sempre per delle cazzate.
La terza volta il direttore, che anche lui sapeva la storia e conosceva il padre, pensò bene di evitargli nei limiti del possibile la quarta, e lo mise in gabbia con Stefanoni Italo, detto tabacca per via dell'inusitata abitudine, se colto sul fatto, a darsela a gambe (nel senso di correre, tabaccare via) anche se dietro c'era la Pula con la volante e lui c'aveva il palo con la Giulia 1600 taroccata ad aspettarlo.
Perchè al di là di questo aspetto un po' naif, che gli aveva fatto fare il giro di San Vittore quelle tre-quattro volte, il tabacca la sapeva lunga, e il direttore – che oggi diremmo un buonista, ma che una volta si diceva brava persona – l'aveva scelto per dirozzare il Franceschino e magari risparmiargli un'altra visitina alla Patrie, nel senso di Galere.
Il tabacca senza che nessuno gli domandasse nulla aveva risposto, nel senso che aveva preso il Franeschino e lo aveva trasfomato in Miglia, nel senso di Migliavacca Francesco fu Renato che, anche se faceva rima con incensurato, dell'incensurato non c'aveva più niente, ma così niente che anche la mamma, la Signora Carla, lo sapeva. In cuor suo e anche fuori.
Col tabacca ci andava d'accordo, e difatti si erano subito messi in società. Per azioni, ma anche per semplici botte da una gamba e via, giusto per sedersi da Marino a farsi uno spaghetto e vedere se c'era qualcuna da farci quattro salti.
Macchine non mancavano mai, anche se il tabacca si sapeva com'era fatto, e per via delle macchine avevano conosciuto il Manara.
Tipo strano, taciturno. Li aveva beccati che gli stavano facendo il 132, ma non si era mica incazzato.
“Questa qui no, che mi serve. Se volete potete farvi la BMW lì, ma via la targa subito che se vi beccano sono cazzi per tutti.”
Tra lo scampato casino e l'inaspettata generosità ne era nato un Camparino al bar dell'angolo, dove il Manara (Roberto detto Robi) li aveva ragguagliati ma fino a un certo punto.
Nel senso che il tabacca, sentendo che il giro di macchine c'era ed era buono, ma se si rispettavano due tre regolette, aveva capito il resto.
“E' un politico” aveva sentenziato, che per chi ha fatto il gabbio non significa Montecitorio o macchine blu, ma piuttosto ora d'aria differenziata e separazione dai “comuni”.
Il Miglia invece aveva fiutato l'affare, e siccome per via di un gabbio precedente c'aveva certi amici che riciclavano come matti a Quarto Oggiaro aveva cominciato a far sparire macchine che neanche il Silvan della TV.
Il Manara gli andava bene, si rispettavano le regole e nessuno si faceva male, ma al di là del camparino non si andava. Nel senso che il tabacca aveva invece fiutato il casino grosso, erano mica anni facili, e preferiva stare alla larga. Tanto che ci avevano litigato sopra, una volta che lo spaghetto di Marino era stato abbondantemente bagnato da Inferno e Braulio della “serata valtellina”.
Così il tabacca non lo accompagnava più dal Manara, e si vedevano solo poi qualche sera, da Marino o in qualche balera del giro.
Il Manara aveva notato l'assenza ma, come al solito, si era fatto i suoi, nel senso dei cazzi, e aveva continuato a elargire berlinone da far sparire come se nulla fosse.
Purtroppo qualcosa c'era e anche parecchio pesante visto che una sera, consegnando un'Alfetta marrone che era un bijoux il Miglia trovò i ragazzi di Quarto un po' sul nervoso, nel senso di incazzati.
Nella consegna precedente avevano trovato il qualcosa sotto il sedile, e non ci volevano avere niente a che fare, anzi se la riprendesse il Miglia quella roba lì e che consegnasse roba pulita se voleva continuare a fare il fornitore.
Il Miglia si ritrovò in mano il di cui, nel senso di una Beretta regolamentare con regolamentari numeri limati. E la riportò al proprietario, nel senso del Manara.
Non che si aspettasse lo sciampagnino e le pacche sulle spalle, ma neanche il ringraziamento che il Manara e altri due che non aveva mai visto prima gli stavano gentilmente offrendo, nel senso dei cazzotti.
Uno poi, uno della bassa Italia con l'accento di Napoli, menava come un fabbro e faceva domande, ma più cercavi di rispondere e più quello menava, tanto che, ormai, il Miglia aveva lasciato perdere.
Alla fine aveva ceduto il Manara. Con un basta così che lo aveva lasciato sgonfiare come un sacco della rumenta svuotato di colpo. Gli altri due si erano fermati quasi subito, nel senso che un altro paio di pappine gli erano arrivate.
E poi domande, ancora domande, non si finiva più.
Quando, alla fine, il Manara gli accese una sigara il Miglia capì che era finita, nel senso bene. Il terrone disse che non poteva uscire conciato così, che bisognava rimetterlo a posto, e così lo portarono in un'altra stanzetta e gli dissero di aspettare.
Così, mentre tra botte e stanchezza si stava quasi per addormentare, e se non fosse stata la poca fiducia che fosse veramente finita bene l'avrebbe fatto, la porta si riaprì e ne entrò un angelo, anzi l'Angela. Con una scatola di cerotti e il flacone del Bialcol.
Terrona anche questa, lo vedevi solo da come ti guardava, ma con mani di altra categoria ripetto a quell'altro, nel senso della delicatezza.
Delicata fino a un certo punto, nel senso che quando le mani del Miglia andarono a posarsi dove l'Angela pretendeva rispetto, lo sganassone di riscontro gli parve suggerire una certa parentela tra quei due.
“E' mio fratello” rispose l'Angela ad una domanda che c'era stata solo tra gli occhi. E gli sorrise.
E vedendo quel sorriso per la prima volta in vita sua il Miglia sentì battere il cuore forte, nel senso che svenne.
Li presero tutti grazie alla Faina, nel senso di Chiovesan Luigi, che al quarto schiaffone in questura si trasformò nell'A-L di Milano e provincia, nel senso di far nomi.
Al Miglia e all'Angela andò relativamente bene, nel senso che l'Angela quasi si salvava con un'accusa di circonvenzione d'incapace al fratello, ma poi il giudice la guardò bene e decise per un sei mesi con la condizionale.
Al Miglia bastò che arrivasse il suo fascicolo sul tavolo del giudice; alto una spanna e datato, raccontava di piccolo brigante, non di eversione. Otto mesi, senza condizionale.
Ne fece quattro per buona condotta, nel senso che la voglia di uscire gli era finalmente scoppiata. Un po' per lui ma molto per l'Angela.
E difatti se ne andò giù a Napoli, dai suoi, per riprendersela, perché lo scambio di lettere degli ultimi mesi era stato più che esplicito.
I genitori lo accolsero come un figlio, nel senso di puttana, perché dopo il processo si erano convinti che a Nord di Avellino tramassero tutti per fargli ammazzare i figli loro.
Angela invece lo accolse come un salvatore e un passaggio al Nord, nel senso che voleva tornare a Milano.
Miglia non se lo fece ripetere e al terzo pranzo da convitato di pietra le prese la mano e disse “adesso andiamo” lasciando il padre, forchetta a mezz'asta, con il vuoto dentro ma non in bocca, nel senso che era piena di bucatini.
A Milano dove? Dall'unica risorsa disponibile per gli scavezacollo, la porta sempre aperta, nel senso della mamma.
La sciura Migliavacca fu chiara: la ragazza le piaceva (l'Angela s'era messa giù da morigerata, nel senso di processione di San Cosimo) e potevano usare la camera degli ospiti che tanto i tempi erano cambiati da quando era giovane lei.
Ma Francesco doveva trovarsi un lavoro, nel senso di normale.
La memoria di suo padre era ancora sentita in filiale e il direttore, memore della dedizione dello stesso, lo indirizzò come commesso presso il negozio di abbigliamento di un facoltoso correntista, il Mambretti, cui aveva chiesto di chiudere un occhio nel senso di anche tutti e due.
Sullo stile il Miglia andava forte, anni di soldi facili gli avevano permesso stramberie e gran classe, con quella ecletticità da mala che faceva abboccare i figli di papà, nel senso che sganciavano.
In capo a due mesi si era costruito un giro di clienti fighetti che passavano un giorno si e l'altro pure, e il Mambretti aveva visto il beneficio, nel senso della cassa piena.
Lavorare così lo divertiva, perché era sempre un po' come pigliare per i fondelli il sistema, la società.
Però era bravo, e il Mambretti lo aveva già promosso a capo commesso, poi direttore di negozio, con uno stipendio finalmente degno.
Giusto in tempo perchè, grazie alla camera degli ospiti della sciura Migliavacca, l'Angelina aveva un ritardo, nel senso che il patatrac era fatto.
E sempre la sciura Migliavacca organizzò tutto con Don Franco prima che il pancino le sporgesse quel tanto da far biascicare le matrone al mercato, e il Miglia si trovò anellato, nel senso di sposo e pure futuro padre.
L'unica nota dolente niente genitori di lei al matrimonio ma – soprattutto – niente Tabacca.
Scappando, nel senso di a piedi, dall'ennesimo colpetto aveva incrociato la nuova Polizia, meno romantica più sbrigativa. Un colpo di Beretta lo aveva quasi mandato al Creatore, per poi restituirlo invece paraplegico, nel senso che la corsa era finita.
Si mise a fare lavoretti di riparazione in elettronica, assolutamente legali, ma li faceva a casa sua perchè il giudice aveva pensato bene di dargli i domiciliari per i due telecomandi cancelli taroccati che avevano trovato alla banda dei villini.
Miglia se lo andava a trovare ogni tanto, anche con l'Angela, per quattro chiacchiere e due bicchieri.
Dopo Anna era arrivata pure Mariella. E alla seconda figlia il Mambretti gli fece finalmente l'offerta che avevano tutti e due in testa da tempo: prima socio di minoranza poi un po' di più. Il cielo con un dito, nel senso che andava benone eccome.
E così, una domenica, a passeggio tra Galleria e il Duomo con la famiglia, le lasciò andare un po' avanti, per rimirarsele.
Era un uomo fortunato: due belle bambine, una moglie ancora giovane e attraente come il primo giorno, un appartamento quasi pagato, un bel lavoro. Chi poteva essere più felice.
Un lampo di luce sulla vetrina della Rinascente lo fece voltare, e si vide riflesso nel vetro lucido.
E vide suo padre. Più alto, un po' più magro, ma suo padre. E allora capì.
Nel senso che aveva capito.
Il ragioniere padre l'aveva sempre detto che questo figlio qua mah! E gli voleva bene, solo che da quella volta lì l'aveva scoperto, nel senso della scoperta di un nuovo mondo, di una tribù dagli usi e costumi strani e incomprensibili. E da allora, e da allora di altre scoperte ne aveva dovute patire il galantuomo, non l'aveva mai ripreso, ragguagliato, rimproverato. Neanche un sano scappellotto alla milanese, misto di incazzatura solenne e tutto sommato affetto paterno che solo dalle nostre parti si usa.
Si limitava a guardarlo fisso, non corrucciato o riprovante, piuttosto uno studioso che vede per la prima volta un marziano.
E si poteva capirlo, nel senso che il Migliavacca padre stava sotto la voce onestà della Treccani. Ma il figlio... mah!
E le voci correvano, nel senso che anche in Commerciale si sussurrava al caffè, si alludeva con lo sguardo scuotendo il capo in un misto di finto dispiacere per il Ragionere e sana goduria da trapasso Dantesco.
Alla prima uscita del figlio sulla cronaca del Giorno ci fu pure l'invito del Direttore Filiale a fare due chiacchiere in ufficio. E il Migliavacca padre non ci rimase bene.
Anni dopo, sul letto di Niguarda che stava per diventare l'ultimo, ci fu un abbraccio finale, ma lo sguardo era sempre lo stesso.
Il Franceschino cresceva, sia in statura che in cazzate, che cominciavano a farsi notare.
Non che fosse cattivo, solo un po' impulsivo. Pronto allo sberlone preso e dato e immancabilmente beffardo verso la Madama che, sempre immancabilmente, interveniva.
Lui lo diceva che avevano iniziato gli altri, che lo guardavano in modo strano, ma hai voglia a farlo capire a quelli lì.
E tanto era nota la faccia che alla prima cazzata grossa, che a momenti ci scappava il morto, neanche il commissario che rispettava il padre, gli poté risparmiare il gabbio.
Ne uscì bene, nel senso della buona condotta e della pena ridotta, ma ormai aveva rotto il ghiaccio e ci ritornò un paio di volte, sempre per delle cazzate.
La terza volta il direttore, che anche lui sapeva la storia e conosceva il padre, pensò bene di evitargli nei limiti del possibile la quarta, e lo mise in gabbia con Stefanoni Italo, detto tabacca per via dell'inusitata abitudine, se colto sul fatto, a darsela a gambe (nel senso di correre, tabaccare via) anche se dietro c'era la Pula con la volante e lui c'aveva il palo con la Giulia 1600 taroccata ad aspettarlo.
Perchè al di là di questo aspetto un po' naif, che gli aveva fatto fare il giro di San Vittore quelle tre-quattro volte, il tabacca la sapeva lunga, e il direttore – che oggi diremmo un buonista, ma che una volta si diceva brava persona – l'aveva scelto per dirozzare il Franceschino e magari risparmiargli un'altra visitina alla Patrie, nel senso di Galere.
Il tabacca senza che nessuno gli domandasse nulla aveva risposto, nel senso che aveva preso il Franeschino e lo aveva trasfomato in Miglia, nel senso di Migliavacca Francesco fu Renato che, anche se faceva rima con incensurato, dell'incensurato non c'aveva più niente, ma così niente che anche la mamma, la Signora Carla, lo sapeva. In cuor suo e anche fuori.
Col tabacca ci andava d'accordo, e difatti si erano subito messi in società. Per azioni, ma anche per semplici botte da una gamba e via, giusto per sedersi da Marino a farsi uno spaghetto e vedere se c'era qualcuna da farci quattro salti.
Macchine non mancavano mai, anche se il tabacca si sapeva com'era fatto, e per via delle macchine avevano conosciuto il Manara.
Tipo strano, taciturno. Li aveva beccati che gli stavano facendo il 132, ma non si era mica incazzato.
“Questa qui no, che mi serve. Se volete potete farvi la BMW lì, ma via la targa subito che se vi beccano sono cazzi per tutti.”
Tra lo scampato casino e l'inaspettata generosità ne era nato un Camparino al bar dell'angolo, dove il Manara (Roberto detto Robi) li aveva ragguagliati ma fino a un certo punto.
Nel senso che il tabacca, sentendo che il giro di macchine c'era ed era buono, ma se si rispettavano due tre regolette, aveva capito il resto.
“E' un politico” aveva sentenziato, che per chi ha fatto il gabbio non significa Montecitorio o macchine blu, ma piuttosto ora d'aria differenziata e separazione dai “comuni”.
Il Miglia invece aveva fiutato l'affare, e siccome per via di un gabbio precedente c'aveva certi amici che riciclavano come matti a Quarto Oggiaro aveva cominciato a far sparire macchine che neanche il Silvan della TV.
Il Manara gli andava bene, si rispettavano le regole e nessuno si faceva male, ma al di là del camparino non si andava. Nel senso che il tabacca aveva invece fiutato il casino grosso, erano mica anni facili, e preferiva stare alla larga. Tanto che ci avevano litigato sopra, una volta che lo spaghetto di Marino era stato abbondantemente bagnato da Inferno e Braulio della “serata valtellina”.
Così il tabacca non lo accompagnava più dal Manara, e si vedevano solo poi qualche sera, da Marino o in qualche balera del giro.
Il Manara aveva notato l'assenza ma, come al solito, si era fatto i suoi, nel senso dei cazzi, e aveva continuato a elargire berlinone da far sparire come se nulla fosse.
Purtroppo qualcosa c'era e anche parecchio pesante visto che una sera, consegnando un'Alfetta marrone che era un bijoux il Miglia trovò i ragazzi di Quarto un po' sul nervoso, nel senso di incazzati.
Nella consegna precedente avevano trovato il qualcosa sotto il sedile, e non ci volevano avere niente a che fare, anzi se la riprendesse il Miglia quella roba lì e che consegnasse roba pulita se voleva continuare a fare il fornitore.
Il Miglia si ritrovò in mano il di cui, nel senso di una Beretta regolamentare con regolamentari numeri limati. E la riportò al proprietario, nel senso del Manara.
Non che si aspettasse lo sciampagnino e le pacche sulle spalle, ma neanche il ringraziamento che il Manara e altri due che non aveva mai visto prima gli stavano gentilmente offrendo, nel senso dei cazzotti.
Uno poi, uno della bassa Italia con l'accento di Napoli, menava come un fabbro e faceva domande, ma più cercavi di rispondere e più quello menava, tanto che, ormai, il Miglia aveva lasciato perdere.
Alla fine aveva ceduto il Manara. Con un basta così che lo aveva lasciato sgonfiare come un sacco della rumenta svuotato di colpo. Gli altri due si erano fermati quasi subito, nel senso che un altro paio di pappine gli erano arrivate.
E poi domande, ancora domande, non si finiva più.
Quando, alla fine, il Manara gli accese una sigara il Miglia capì che era finita, nel senso bene. Il terrone disse che non poteva uscire conciato così, che bisognava rimetterlo a posto, e così lo portarono in un'altra stanzetta e gli dissero di aspettare.
Così, mentre tra botte e stanchezza si stava quasi per addormentare, e se non fosse stata la poca fiducia che fosse veramente finita bene l'avrebbe fatto, la porta si riaprì e ne entrò un angelo, anzi l'Angela. Con una scatola di cerotti e il flacone del Bialcol.
Terrona anche questa, lo vedevi solo da come ti guardava, ma con mani di altra categoria ripetto a quell'altro, nel senso della delicatezza.
Delicata fino a un certo punto, nel senso che quando le mani del Miglia andarono a posarsi dove l'Angela pretendeva rispetto, lo sganassone di riscontro gli parve suggerire una certa parentela tra quei due.
“E' mio fratello” rispose l'Angela ad una domanda che c'era stata solo tra gli occhi. E gli sorrise.
E vedendo quel sorriso per la prima volta in vita sua il Miglia sentì battere il cuore forte, nel senso che svenne.
Li presero tutti grazie alla Faina, nel senso di Chiovesan Luigi, che al quarto schiaffone in questura si trasformò nell'A-L di Milano e provincia, nel senso di far nomi.
Al Miglia e all'Angela andò relativamente bene, nel senso che l'Angela quasi si salvava con un'accusa di circonvenzione d'incapace al fratello, ma poi il giudice la guardò bene e decise per un sei mesi con la condizionale.
Al Miglia bastò che arrivasse il suo fascicolo sul tavolo del giudice; alto una spanna e datato, raccontava di piccolo brigante, non di eversione. Otto mesi, senza condizionale.
Ne fece quattro per buona condotta, nel senso che la voglia di uscire gli era finalmente scoppiata. Un po' per lui ma molto per l'Angela.
E difatti se ne andò giù a Napoli, dai suoi, per riprendersela, perché lo scambio di lettere degli ultimi mesi era stato più che esplicito.
I genitori lo accolsero come un figlio, nel senso di puttana, perché dopo il processo si erano convinti che a Nord di Avellino tramassero tutti per fargli ammazzare i figli loro.
Angela invece lo accolse come un salvatore e un passaggio al Nord, nel senso che voleva tornare a Milano.
Miglia non se lo fece ripetere e al terzo pranzo da convitato di pietra le prese la mano e disse “adesso andiamo” lasciando il padre, forchetta a mezz'asta, con il vuoto dentro ma non in bocca, nel senso che era piena di bucatini.
A Milano dove? Dall'unica risorsa disponibile per gli scavezacollo, la porta sempre aperta, nel senso della mamma.
La sciura Migliavacca fu chiara: la ragazza le piaceva (l'Angela s'era messa giù da morigerata, nel senso di processione di San Cosimo) e potevano usare la camera degli ospiti che tanto i tempi erano cambiati da quando era giovane lei.
Ma Francesco doveva trovarsi un lavoro, nel senso di normale.
La memoria di suo padre era ancora sentita in filiale e il direttore, memore della dedizione dello stesso, lo indirizzò come commesso presso il negozio di abbigliamento di un facoltoso correntista, il Mambretti, cui aveva chiesto di chiudere un occhio nel senso di anche tutti e due.
Sullo stile il Miglia andava forte, anni di soldi facili gli avevano permesso stramberie e gran classe, con quella ecletticità da mala che faceva abboccare i figli di papà, nel senso che sganciavano.
In capo a due mesi si era costruito un giro di clienti fighetti che passavano un giorno si e l'altro pure, e il Mambretti aveva visto il beneficio, nel senso della cassa piena.
Lavorare così lo divertiva, perché era sempre un po' come pigliare per i fondelli il sistema, la società.
Però era bravo, e il Mambretti lo aveva già promosso a capo commesso, poi direttore di negozio, con uno stipendio finalmente degno.
Giusto in tempo perchè, grazie alla camera degli ospiti della sciura Migliavacca, l'Angelina aveva un ritardo, nel senso che il patatrac era fatto.
E sempre la sciura Migliavacca organizzò tutto con Don Franco prima che il pancino le sporgesse quel tanto da far biascicare le matrone al mercato, e il Miglia si trovò anellato, nel senso di sposo e pure futuro padre.
L'unica nota dolente niente genitori di lei al matrimonio ma – soprattutto – niente Tabacca.
Scappando, nel senso di a piedi, dall'ennesimo colpetto aveva incrociato la nuova Polizia, meno romantica più sbrigativa. Un colpo di Beretta lo aveva quasi mandato al Creatore, per poi restituirlo invece paraplegico, nel senso che la corsa era finita.
Si mise a fare lavoretti di riparazione in elettronica, assolutamente legali, ma li faceva a casa sua perchè il giudice aveva pensato bene di dargli i domiciliari per i due telecomandi cancelli taroccati che avevano trovato alla banda dei villini.
Miglia se lo andava a trovare ogni tanto, anche con l'Angela, per quattro chiacchiere e due bicchieri.
Dopo Anna era arrivata pure Mariella. E alla seconda figlia il Mambretti gli fece finalmente l'offerta che avevano tutti e due in testa da tempo: prima socio di minoranza poi un po' di più. Il cielo con un dito, nel senso che andava benone eccome.
E così, una domenica, a passeggio tra Galleria e il Duomo con la famiglia, le lasciò andare un po' avanti, per rimirarsele.
Era un uomo fortunato: due belle bambine, una moglie ancora giovane e attraente come il primo giorno, un appartamento quasi pagato, un bel lavoro. Chi poteva essere più felice.
Un lampo di luce sulla vetrina della Rinascente lo fece voltare, e si vide riflesso nel vetro lucido.
E vide suo padre. Più alto, un po' più magro, ma suo padre. E allora capì.
Nel senso che aveva capito.
giovedì 22 settembre 2011
Volto Santo di Gesù Proteggimi
Quello il portiere doveva venire a ripararla questa tapparella e invece non s’è visto. Ahia la mia schiena Volto Santo di Gesù Proteggimi c’è il sole speriamo non faccia troppo caldo poveri figli miei tutti soli in mezzo a una strada. La tapparella è bloccata e quello non viene trova sempre qualcosa ma io so che non viene perché dice che c’è puzza, che io sto con quelli e che la casa puzza.
Solo io penso a loro, Volto Santo di Gesù Proteggimi, pane ne ho ancora?
Si, poco, poveri figli miei. E sono sempre di più, e mi vengono a cercare perché mi vogliono bene. Mi guardano con quegli occhi belli, poveri figli miei, e mi chiedono pane, pane.
E poi? Quando Adelina non ci sarà più? Volto Santo di Gesù Proteggimi, chi penserà a loro?
Non il panettiere, cattivo che non mi dà più il pane perché i vicini protestano, dice. Non vuole problemi lui, e muoiono di fame in mezzo ad una strada i poveri figli miei. Protestano i vicini. Come all’ufficio.
Adelina vada tranquilla in pensione mi ha detto, ma io lo sapevo che gli altri protestavano, tutti cattivi perché pensavo ai figli miei. Non sono creature di Dio? Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Puzzavo. Dicevano che puzzavo, che ero sporca. Cos’è sporco? Pensare ai figli miei?
Cattivi sono, cattivi Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Uh com’è pesante questo sacco. Ma mangiano poveri figli miei e sono sempre di più: arrivano anche da lontano adesso. E io devo passare da dietro, perché se il portiere mi vede mi sgrida, cattivo, Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Dice che non li devo più far venire, che la Bozzano del quinto piano ha paura. Che non si sa da dove vengono, che portano le malattie. Cattiva, cattiva Bozzano Volto Santo di Gesù Proteggimi. Le malattie! I figli miei! Che malattie hanno che sono sempre felici quando mi vedono? E sempre di più. Io non c’ho paura, anche di notte, quando mi lasciano sola e nessuno mi disturba.
Le guardie mi hanno mandato, a me. Volto Santo di Gesù Proteggimi. Ma che sono una criminale io? Criminale è chi li lascia in mezzo a una strada, a morire. Io gliel’ho detto che Adelina fa fatica, che ancora un po’ e non ce la fa più. Ma loro sono tanti. E portano pure i figli grandi ormai, creature di Dio, ‘che di Adelina si fidano.
E Adelina corre, prende il pane dall’altra parte della città e lo porta fin qui per i figli suoi.
Mi ha detto che mi fanno fuori tutta la pensione, che se ne approfittano. Ma chi? I figli miei? Quelli solo amore vogliono, amore e pane.
Ma quelli si lamentano, cattivi. Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Quello della macchina mi fa paura. Mi ha urlato, che gli sporcano la macchina, che la deve far lavare tutti i giorni. Mi ha detto che li ammazza tutti! I figli miei! Che sono una vecchia pazza e mi fa internare. Volto Santo di Gesù Proteggimi Adelina non è pazza, Adelina porta solo da mangiare ai figli suoi.
E loro sono contenti, sono buoni.
Non sono cattivi, Volto Santo di Gesù Proteggimi.
E sorridono ad Adelina; quando mi vedono mi vengono incontro e mangiano dalle mani mie. E mai, neanche una volta, uno di loro mi ha punto col becco. Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Solo io penso a loro, Volto Santo di Gesù Proteggimi, pane ne ho ancora?
Si, poco, poveri figli miei. E sono sempre di più, e mi vengono a cercare perché mi vogliono bene. Mi guardano con quegli occhi belli, poveri figli miei, e mi chiedono pane, pane.
E poi? Quando Adelina non ci sarà più? Volto Santo di Gesù Proteggimi, chi penserà a loro?
Non il panettiere, cattivo che non mi dà più il pane perché i vicini protestano, dice. Non vuole problemi lui, e muoiono di fame in mezzo ad una strada i poveri figli miei. Protestano i vicini. Come all’ufficio.
Adelina vada tranquilla in pensione mi ha detto, ma io lo sapevo che gli altri protestavano, tutti cattivi perché pensavo ai figli miei. Non sono creature di Dio? Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Puzzavo. Dicevano che puzzavo, che ero sporca. Cos’è sporco? Pensare ai figli miei?
Cattivi sono, cattivi Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Uh com’è pesante questo sacco. Ma mangiano poveri figli miei e sono sempre di più: arrivano anche da lontano adesso. E io devo passare da dietro, perché se il portiere mi vede mi sgrida, cattivo, Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Dice che non li devo più far venire, che la Bozzano del quinto piano ha paura. Che non si sa da dove vengono, che portano le malattie. Cattiva, cattiva Bozzano Volto Santo di Gesù Proteggimi. Le malattie! I figli miei! Che malattie hanno che sono sempre felici quando mi vedono? E sempre di più. Io non c’ho paura, anche di notte, quando mi lasciano sola e nessuno mi disturba.
Le guardie mi hanno mandato, a me. Volto Santo di Gesù Proteggimi. Ma che sono una criminale io? Criminale è chi li lascia in mezzo a una strada, a morire. Io gliel’ho detto che Adelina fa fatica, che ancora un po’ e non ce la fa più. Ma loro sono tanti. E portano pure i figli grandi ormai, creature di Dio, ‘che di Adelina si fidano.
E Adelina corre, prende il pane dall’altra parte della città e lo porta fin qui per i figli suoi.
Mi ha detto che mi fanno fuori tutta la pensione, che se ne approfittano. Ma chi? I figli miei? Quelli solo amore vogliono, amore e pane.
Ma quelli si lamentano, cattivi. Volto Santo di Gesù Proteggimi.
Quello della macchina mi fa paura. Mi ha urlato, che gli sporcano la macchina, che la deve far lavare tutti i giorni. Mi ha detto che li ammazza tutti! I figli miei! Che sono una vecchia pazza e mi fa internare. Volto Santo di Gesù Proteggimi Adelina non è pazza, Adelina porta solo da mangiare ai figli suoi.
E loro sono contenti, sono buoni.
Non sono cattivi, Volto Santo di Gesù Proteggimi.
E sorridono ad Adelina; quando mi vedono mi vengono incontro e mangiano dalle mani mie. E mai, neanche una volta, uno di loro mi ha punto col becco. Volto Santo di Gesù Proteggimi.
venerdì 22 ottobre 2010
Frankie and Rose
Yeah, those weren’t bad times. They called us the sweepers and they were good to us, only thing you had to avoid was drinking, ‘cause that was bad.
They gave you a bright shirt and black pants, each casino had its color and we at Sands had yellow and purple, at the Nugget it was gold and red.
There were always fifteen or twenty of us around; we had two bosses and one chief, the chief was coming only on real big shit and the bosses were good to us.
So we hanged around behind the lobby and the parking, and we had to keep the lot clean, I mean no people crying around or suicide attempts, no losers.
And was tough but sometimes good, these people were almost dead, all their money lost in one night maybe and they were shocked like hell, nowhere to go nothing to say, so we had to keep them “circulate” as the bosses said, no “loitering in the premises” and you’d have heard all kind of stories: people wanted us to send ‘em to jail, ‘cause wife would have killed ‘em, people trying to get 20 bucks off you, saying they had the method and you‘ll be rich forever, all the lot.
So there was this japanese guy, seated on the pavement and staring at the road, boss told me go get him and I went.
We didn’t have many japs at that time, geez we were still thinking of Pearl Harbor back then and my dad was in the navy you know, so I went and gently told him he was not to stay there, he stared ad me and started crying.
Turns out he was in town for a big sales meeting or something and had lost all his money, had still the plane ticket but no money to retrieve the luggage and get on the taxi, and what the Company would have done, he would have lost his job and so on.
That was the good of the job, we settled down for a hundred and he gave me his camera. That was a good deal, at least for me you know? Those japanese cameras were all the rage and the guy was happy to go back without having to give explanations to his colleagues.
So I was there with my buddy showing the camera and then all excitement started, we heard tires screeching and girls yelling and the lot and there was Mr. Sinatra there, out from a sleek coupé car, shacking hands with Dr. Loeb, the director.
I saw them staring at me and laughing and last thing I know boss come to me and grab me to the entrance, with crowd opening up in front of us.
There were Mr. Sinatra and Dr. Loeb, and Mr. Sinatra talked to me.
“Say boy is that one of those japanese cameras you have there?”
“Sure thing Mr. Sinatra” I said and all the people went chuckling you know?
“I wonder how you got it” and the people start smirking “But how much you want for it?”
I felt boss’ hand squeezing my arm, but I was thinking of giving the camera to Rose.
“Well, I don’t know Mr. Sinatra, it is a present...” I said.
People were laughing, but Dr. Loeb was not and boss was squeezing heavy.
“A present you say?” Mr. Sinatra stared around and looked at his car.
“tell you what; this car was a present too. To me.” People was laughing like fools.
“You give me the camera and I give you the car, and we’re even, ok?”
The crowd just went crazy, boss let go my arm, his mouth open.
Photographers were flashing us all and Dr. Loeb was nodding to me.
I heard ‘em saying “Frankie gives the car to the nigger! For a camera!!”
Geez that was a hell of a deal so I said
“Yes Mr. Sinatra, we have a deal” and everybody was clapping hands.
So I gave my camera to Mr. Sinatra and they took our photo; Sheriff was there and they took a snap of him handing over to me the papers of the car, and me shaking hand with Mr. Sinatra and Dr. Loeb with an hand on my shoulder.
And then they went away: everybody inside with glasses of champagne and Mr. Sinatra taking pictures at everybody with his new camera.
Boss told me I was off for the day and to take the car away.
So i drove it home, it was a beauty; a brand new fire red Studebaker Avanti, they don’t do ‘em anymore.
I parked it and my wife came out; son was already sleeping, he worked hard at the diner with my wife, but Rose was all excited.
“Dad! It’s sooo beautiful! Where did you got it?”
Wife was questioning too, and she didn’t believed the story, and told me I’d better get rid of the car before police would have come.
Rose was still there, her eyes glittering so I told off my wife and told Rose to come for a drive.
We left home while wife was still shouting.
Rose wanted to go on the Strip, but I was thinking it was not a good idea; they would have stopped us and questioned and all the rest.
So I drove out of the city, in the desert.
Moon was almost full and the light was very good, very beautiful.
Car was a beauty too, soft and powerful, riding over the Interstate as a cat on its way to the milk.
Rose was fast asleep, but I kept driving in the desert until the morning, not to wake her up.
She was just about six that year, and I kept driving with one hand only to keep her hand in mine all night through, until dawn.
I still have the car, back there in the barn.
They don’t do ‘em anymore, but I’ve found a guy up in South Bend that still send me bits and pieces when I call him.
He says my car is a beauty and to keep it as it is, because is worth a lot of money.
So I don’t show it to anybody, don’t tell nobody the story, ‘cause people turn crazy nowadays for money, and I don’t want ‘em to take it away from me.
At times somebody calls me, they’ve found the story on the internet, or they've heard about this car through some other collectors.
And they ask me to sell the car.
But I can’t.
‘Cause the car ain’t mine, it’s my baby Rose’s car.
They gave you a bright shirt and black pants, each casino had its color and we at Sands had yellow and purple, at the Nugget it was gold and red.
There were always fifteen or twenty of us around; we had two bosses and one chief, the chief was coming only on real big shit and the bosses were good to us.
So we hanged around behind the lobby and the parking, and we had to keep the lot clean, I mean no people crying around or suicide attempts, no losers.
And was tough but sometimes good, these people were almost dead, all their money lost in one night maybe and they were shocked like hell, nowhere to go nothing to say, so we had to keep them “circulate” as the bosses said, no “loitering in the premises” and you’d have heard all kind of stories: people wanted us to send ‘em to jail, ‘cause wife would have killed ‘em, people trying to get 20 bucks off you, saying they had the method and you‘ll be rich forever, all the lot.
So there was this japanese guy, seated on the pavement and staring at the road, boss told me go get him and I went.
We didn’t have many japs at that time, geez we were still thinking of Pearl Harbor back then and my dad was in the navy you know, so I went and gently told him he was not to stay there, he stared ad me and started crying.
Turns out he was in town for a big sales meeting or something and had lost all his money, had still the plane ticket but no money to retrieve the luggage and get on the taxi, and what the Company would have done, he would have lost his job and so on.
That was the good of the job, we settled down for a hundred and he gave me his camera. That was a good deal, at least for me you know? Those japanese cameras were all the rage and the guy was happy to go back without having to give explanations to his colleagues.
So I was there with my buddy showing the camera and then all excitement started, we heard tires screeching and girls yelling and the lot and there was Mr. Sinatra there, out from a sleek coupé car, shacking hands with Dr. Loeb, the director.
I saw them staring at me and laughing and last thing I know boss come to me and grab me to the entrance, with crowd opening up in front of us.
There were Mr. Sinatra and Dr. Loeb, and Mr. Sinatra talked to me.
“Say boy is that one of those japanese cameras you have there?”
“Sure thing Mr. Sinatra” I said and all the people went chuckling you know?
“I wonder how you got it” and the people start smirking “But how much you want for it?”
I felt boss’ hand squeezing my arm, but I was thinking of giving the camera to Rose.
“Well, I don’t know Mr. Sinatra, it is a present...” I said.
People were laughing, but Dr. Loeb was not and boss was squeezing heavy.
“A present you say?” Mr. Sinatra stared around and looked at his car.
“tell you what; this car was a present too. To me.” People was laughing like fools.
“You give me the camera and I give you the car, and we’re even, ok?”
The crowd just went crazy, boss let go my arm, his mouth open.
Photographers were flashing us all and Dr. Loeb was nodding to me.
I heard ‘em saying “Frankie gives the car to the nigger! For a camera!!”
Geez that was a hell of a deal so I said
“Yes Mr. Sinatra, we have a deal” and everybody was clapping hands.
So I gave my camera to Mr. Sinatra and they took our photo; Sheriff was there and they took a snap of him handing over to me the papers of the car, and me shaking hand with Mr. Sinatra and Dr. Loeb with an hand on my shoulder.
And then they went away: everybody inside with glasses of champagne and Mr. Sinatra taking pictures at everybody with his new camera.
Boss told me I was off for the day and to take the car away.
So i drove it home, it was a beauty; a brand new fire red Studebaker Avanti, they don’t do ‘em anymore.
I parked it and my wife came out; son was already sleeping, he worked hard at the diner with my wife, but Rose was all excited.
“Dad! It’s sooo beautiful! Where did you got it?”
Wife was questioning too, and she didn’t believed the story, and told me I’d better get rid of the car before police would have come.
Rose was still there, her eyes glittering so I told off my wife and told Rose to come for a drive.
We left home while wife was still shouting.
Rose wanted to go on the Strip, but I was thinking it was not a good idea; they would have stopped us and questioned and all the rest.
So I drove out of the city, in the desert.
Moon was almost full and the light was very good, very beautiful.
Car was a beauty too, soft and powerful, riding over the Interstate as a cat on its way to the milk.
Rose was fast asleep, but I kept driving in the desert until the morning, not to wake her up.
She was just about six that year, and I kept driving with one hand only to keep her hand in mine all night through, until dawn.
I still have the car, back there in the barn.
They don’t do ‘em anymore, but I’ve found a guy up in South Bend that still send me bits and pieces when I call him.
He says my car is a beauty and to keep it as it is, because is worth a lot of money.
So I don’t show it to anybody, don’t tell nobody the story, ‘cause people turn crazy nowadays for money, and I don’t want ‘em to take it away from me.
At times somebody calls me, they’ve found the story on the internet, or they've heard about this car through some other collectors.
And they ask me to sell the car.
But I can’t.
‘Cause the car ain’t mine, it’s my baby Rose’s car.
L'errequattro
Di quella notte mi ricordo solo dei frammenti, nitido e vivido forse solo l'attraversamento dell'incrocio di via Paolo Sarpi con Viale Montello.
Mia madre, all'epoca ancora l'unica dotata di patente fra noi quattro, che guardava a destra e sinistra tra i semafori lampeggianti di giallo, rallentando per poi riaccellerare dopo aver inserito la marcia inferiore con la strana leva ad ombrello della Renault 4.
E poi più niente: non ricordo come siamo saliti sulla macchina della mamma, se abbiamo preso i Bastioni oppure Viale Pasubio, non ricordo dove abbiamo posteggiato, come siamo entrati in Ospedale.
Solo l'arrivo davanti alla camera dove era papà, con la Fernanda, la sua vecchia tecnica di laboratorio, che abbracciava la mamma, mentre questa le diceva “Fernanda, i ricordi rimangono a lei”.
Il telefono aveva squillato in quello che, all'epoca, mi sembrava il cuore della notte. La mamma rispose, scambiò due parole e poi ci chiamò con un “andiamo”. Ma noi tre eravamo già svegli.
Ci vestimmo velocemente, nel freddo della notte di Novembre.
La macchina era probabilmente sotto casa, posteggiata sul marciapiede. Non mi ricordo se salii davanti o dietro, ma mi ricordo la rapida successione di quattro portiere di latta che sbattono per richiudersi nel silenzio ovattato della notte.
La Renault 4, detta anche errequattro, era da sempre la macchina di famiglia, quella della mamma, che ne apprezzava – decantandole forse un po' troppo - la praticità e la versatilità.
Con l'errequattro si andava dappertutto, e quando comprammo quella con il tetto apribile (forse la quarta posseduta dalla mamma) sembrò di toccare veramente il cielo con un dito.
Sull'errequattro siamo cresciuti e abbiamo vissuto di tutto: dal famoso incidente nella nebbia, io – che ero con papà – mi ritrovai sul sedile posteriore quando andammo a sbattere nella 124 guidata dalla mamma, alle mie prime prove di guida al lago, senza patente e con mia sorella di fianco.
Le tante possedute, credo cinque o sei in totale, sono catalogate nei miei ricordi per colore: vaghi quelli di una rosso scuro, più netti quelli di quelle argento, azzurro metallizzato e blu.
Di quella col tetto apribile, azzurro metallizzato, ricordo la gioia dell'estate; quando finalmente si poteva aprire il tetto, e le scarrozzate che la mamma si affliggeva per il litorale marchigiano o abruzzese per far divertire noi ragazzi con le teste nel vento.
Ma mi ricordo anche la fatica, e le prime bestemmie dette per ridere, per “smollare” i quattro morsetti che fissavano il tetto; solidamente incastrati dalle intemperie di tutto un inverno. Io, mio fratello e Alberto Fanelli a smanettare mentre la vecchia con il cagnolino dal cappotto scozzese ci invitava, senza biasimo e quasi con dolcezza, a bestemmiare un po' meno, 'che eravamo ancora giovani.
A quella argento sfilai la modanatura cromata sotto porta andando a “pelare” un cespuglio a Gignese, in una di quelle prime uscite ancora senza patente. Recuperai la modanatura, piegata e un po' contorta, con la sicurezza che - con l'aiuto di papà – sarei stato in grado di rimetterla a posto. La infilai nel traliccio della scaffalatura in garage per fare il lavoro. Ed è rimasta lì finchè non abbiamo venduto la casa, molti anni dopo, forse perchè papà non c'era più o forse perchè non era più importante.
Quella di quella notte era blu; un colore su cui mio padre mi sorprese, una mattina primaverile, quando mi fece notare come stessero bene i fiorellini viola caduti nella notte piovosa sul cofano. Un pensiero che avevo avuto anch'io ma di cui non avrei mai immaginato che papà potesse cogliere il dettaglio ed apprezzarlo.
Fu anche quella con cui feci la prima vacanza da grande, io con lei e Matteo Trezzi con la 127, più altri compagni di liceo – appena terminato - e fidanzatine in Corsica.
L'orgoglio con cui, alla sua guida, attraversai il desert des agriates, caricandola dei bagagli di tutti perchè la 127 toccava ad ogni buca. La mia piccola jeep dei 18 anni!
Ma mi ricordo anche l'irruenza e l'ignoranza con cui la guidavo, e di come sono stato fortunato a non uccidermi sulle strade Corse in quella stessa vacanza.
E con l'errequattro facemmo una delle ultime vacanza tutti insieme, in Trentino, stretti in sei a bordo perchè erano arrivate anche la zia Anna e la zia Nina. Non ne potevo più e scalpitavo per scendere, così la mamma inchiodò in questa stradina in mezzo al bosco e io mi catapultai fuori, con la zia Anna – che mal sopportava le mie intemperanze – a felicitarsi perchè adesso loro sarebbero stati più comodi.
Ancora accaldato e offeso presi la via verso casa e quasi non feci caso, dopo qualche tempo, allo spettacolo che mi si offriva: più giù, nel bosco, un bellissimo cervo che mi osservava, tranquillo, brucando. E mi ricordo lo sconforto provato nel non potere condividere quella scena con nessuno.
E poi mi ricordo cose assurde, quasi da malato, come quando la mamma ci annunciò che avevamo appena percorso il cinquecentesimo chilometro con la errequattro nuova (forse quella argento) e io mi fissai su un vicino cartellone pubblicitario dei mobili Gallo (chissà di dove poi) perchè mi sembrava fosse importante ricordare quell'evento. E ancora lo ricordo.
O la sera che con il Gila tirammo tardi a importunare travestiti e poi la mamma mi cazziò solennemente perchè quel fesso aveva lasciato in macchina il preservativo con cui aveva giochicchiato tutta la notte, e la mamma lavorava dalle suore e posteggiava nel parcheggio interno dell'Istituto!
Abbiamo avuto anche quella con il sedile davanti unito, a panchetta, e rabbrividisco a ricordare la volta che – in autostrada da solo – mi spostai in corsa al posto del passeggero guidando con il piede sinistro sull'acceleratore.
Era indistruttibile e di scarsissima manutenzione; con papà riparammo la leva del cambio – che correva sopra il motore e contribuiva a dare la forma al cofano anteriore – semplicemente unendo i due pezzi rotti con un manicotto di metallo.
Il motore poi, un misero 845 cc., sembrava potente e pimpante al guidatore in erba che ero, ma in realtà sviluppava 34 modestissimi cavalli. Un'inezia paragonata a tutte le macchine che ho guidato poi, ma fantastici e inesauribili quando legati a quei ricordi.
Era un un cuore che non smetteva mai di battere. Neanche quando, in una freddissima notte di novembre, ne accolse altri quattro, spaventati per un viaggio terribile e triste.
25-11-1984 - 25-11-2009
Mia madre, all'epoca ancora l'unica dotata di patente fra noi quattro, che guardava a destra e sinistra tra i semafori lampeggianti di giallo, rallentando per poi riaccellerare dopo aver inserito la marcia inferiore con la strana leva ad ombrello della Renault 4.
E poi più niente: non ricordo come siamo saliti sulla macchina della mamma, se abbiamo preso i Bastioni oppure Viale Pasubio, non ricordo dove abbiamo posteggiato, come siamo entrati in Ospedale.
Solo l'arrivo davanti alla camera dove era papà, con la Fernanda, la sua vecchia tecnica di laboratorio, che abbracciava la mamma, mentre questa le diceva “Fernanda, i ricordi rimangono a lei”.
Il telefono aveva squillato in quello che, all'epoca, mi sembrava il cuore della notte. La mamma rispose, scambiò due parole e poi ci chiamò con un “andiamo”. Ma noi tre eravamo già svegli.
Ci vestimmo velocemente, nel freddo della notte di Novembre.
La macchina era probabilmente sotto casa, posteggiata sul marciapiede. Non mi ricordo se salii davanti o dietro, ma mi ricordo la rapida successione di quattro portiere di latta che sbattono per richiudersi nel silenzio ovattato della notte.
La Renault 4, detta anche errequattro, era da sempre la macchina di famiglia, quella della mamma, che ne apprezzava – decantandole forse un po' troppo - la praticità e la versatilità.
Con l'errequattro si andava dappertutto, e quando comprammo quella con il tetto apribile (forse la quarta posseduta dalla mamma) sembrò di toccare veramente il cielo con un dito.
Sull'errequattro siamo cresciuti e abbiamo vissuto di tutto: dal famoso incidente nella nebbia, io – che ero con papà – mi ritrovai sul sedile posteriore quando andammo a sbattere nella 124 guidata dalla mamma, alle mie prime prove di guida al lago, senza patente e con mia sorella di fianco.
Le tante possedute, credo cinque o sei in totale, sono catalogate nei miei ricordi per colore: vaghi quelli di una rosso scuro, più netti quelli di quelle argento, azzurro metallizzato e blu.
Di quella col tetto apribile, azzurro metallizzato, ricordo la gioia dell'estate; quando finalmente si poteva aprire il tetto, e le scarrozzate che la mamma si affliggeva per il litorale marchigiano o abruzzese per far divertire noi ragazzi con le teste nel vento.
Ma mi ricordo anche la fatica, e le prime bestemmie dette per ridere, per “smollare” i quattro morsetti che fissavano il tetto; solidamente incastrati dalle intemperie di tutto un inverno. Io, mio fratello e Alberto Fanelli a smanettare mentre la vecchia con il cagnolino dal cappotto scozzese ci invitava, senza biasimo e quasi con dolcezza, a bestemmiare un po' meno, 'che eravamo ancora giovani.
A quella argento sfilai la modanatura cromata sotto porta andando a “pelare” un cespuglio a Gignese, in una di quelle prime uscite ancora senza patente. Recuperai la modanatura, piegata e un po' contorta, con la sicurezza che - con l'aiuto di papà – sarei stato in grado di rimetterla a posto. La infilai nel traliccio della scaffalatura in garage per fare il lavoro. Ed è rimasta lì finchè non abbiamo venduto la casa, molti anni dopo, forse perchè papà non c'era più o forse perchè non era più importante.
Quella di quella notte era blu; un colore su cui mio padre mi sorprese, una mattina primaverile, quando mi fece notare come stessero bene i fiorellini viola caduti nella notte piovosa sul cofano. Un pensiero che avevo avuto anch'io ma di cui non avrei mai immaginato che papà potesse cogliere il dettaglio ed apprezzarlo.
Fu anche quella con cui feci la prima vacanza da grande, io con lei e Matteo Trezzi con la 127, più altri compagni di liceo – appena terminato - e fidanzatine in Corsica.
L'orgoglio con cui, alla sua guida, attraversai il desert des agriates, caricandola dei bagagli di tutti perchè la 127 toccava ad ogni buca. La mia piccola jeep dei 18 anni!
Ma mi ricordo anche l'irruenza e l'ignoranza con cui la guidavo, e di come sono stato fortunato a non uccidermi sulle strade Corse in quella stessa vacanza.
E con l'errequattro facemmo una delle ultime vacanza tutti insieme, in Trentino, stretti in sei a bordo perchè erano arrivate anche la zia Anna e la zia Nina. Non ne potevo più e scalpitavo per scendere, così la mamma inchiodò in questa stradina in mezzo al bosco e io mi catapultai fuori, con la zia Anna – che mal sopportava le mie intemperanze – a felicitarsi perchè adesso loro sarebbero stati più comodi.
Ancora accaldato e offeso presi la via verso casa e quasi non feci caso, dopo qualche tempo, allo spettacolo che mi si offriva: più giù, nel bosco, un bellissimo cervo che mi osservava, tranquillo, brucando. E mi ricordo lo sconforto provato nel non potere condividere quella scena con nessuno.
E poi mi ricordo cose assurde, quasi da malato, come quando la mamma ci annunciò che avevamo appena percorso il cinquecentesimo chilometro con la errequattro nuova (forse quella argento) e io mi fissai su un vicino cartellone pubblicitario dei mobili Gallo (chissà di dove poi) perchè mi sembrava fosse importante ricordare quell'evento. E ancora lo ricordo.
O la sera che con il Gila tirammo tardi a importunare travestiti e poi la mamma mi cazziò solennemente perchè quel fesso aveva lasciato in macchina il preservativo con cui aveva giochicchiato tutta la notte, e la mamma lavorava dalle suore e posteggiava nel parcheggio interno dell'Istituto!
Abbiamo avuto anche quella con il sedile davanti unito, a panchetta, e rabbrividisco a ricordare la volta che – in autostrada da solo – mi spostai in corsa al posto del passeggero guidando con il piede sinistro sull'acceleratore.
Era indistruttibile e di scarsissima manutenzione; con papà riparammo la leva del cambio – che correva sopra il motore e contribuiva a dare la forma al cofano anteriore – semplicemente unendo i due pezzi rotti con un manicotto di metallo.
Il motore poi, un misero 845 cc., sembrava potente e pimpante al guidatore in erba che ero, ma in realtà sviluppava 34 modestissimi cavalli. Un'inezia paragonata a tutte le macchine che ho guidato poi, ma fantastici e inesauribili quando legati a quei ricordi.
Era un un cuore che non smetteva mai di battere. Neanche quando, in una freddissima notte di novembre, ne accolse altri quattro, spaventati per un viaggio terribile e triste.
25-11-1984 - 25-11-2009
La guerra di Cesira
Correndo dietro al gattino era arrivata al fiume.
Il fiume le piaceva, tanto. Anche quando diventava rabbioso e metteva paura alle altre bambine.
A Cesira il fiume non faceva mai paura, neanche quando la nonna le raccontava le storie brutte, delle notti passate con gli uomini a spalare, a portare sacchi, perché stava arrivando l’onda grossa.
Si era ricordata della nonna e - d’improvviso - si era resa conto che si sarebbe arrabbiata. Non voleva che Cesira andasse in giro da sola, soprattutto al fiume!
Ma Dario le aveva insegnato come scendere alla riva senza finire in acqua, quali erano i posti per prendere i ranocchi e dove si potevano vedere i mulinelli, per buttarci i rami leggeri e vederli girare e scomparire sul fondo.
Dario faceva la scuola con lei, ma era più grande, aveva già sette anni. Ma la scuola era così; andavano tutti insieme, i più piccoli e i più grandi nella stanza dove faceva freddo d’inverno e faceva caldo d’estate.
I maestri li dividevano solo dai grandi grandi, ma non sempre.
Con Don Ugo si stava tutti insieme, anche con Dario, ma a Cesira non piaceva: raccontavano sempre storie tristi e non si capiva, e poi Don Ugo gridava.
Gridava che c’erano i rossi, che erano diversi e cattivi, e che se arrivavano lì, al paese, sarebbe stato bruttissimo.
Una volta il fratello di Dario, Piero che era grande grande, aveva gridato anche lui, a Don Ugo! Che non era vero niente e che presto sarebbe finita per Don Ugo e per quelli come lui.
Don Ugo era quasi caduto e poi era scappato fuori dalla classe. Anche Piero era scappato, dalla finestra.
Il giorno dopo era venuto in classe il podestà con altri due, brutti, vestiti tutti di nero e con le teste di morto sul colletto. Ma Piero non c’era e neanche Dario; Cesira aveva pianto un pochino.
Poi però Dario era tornato, e le aveva detto che Piero era andato in montagna, a combattere.
Così Cesira tutte le sere diceva un pezzo di preghiera anche per il fratello di Dario, ché non morisse.
Con la primavera era tornata con Dario al fiume.
La nonna le aveva raccontato cose terribili, che i tedeschi mettevano le bombe sottoterra, che bastava metterci su un piede e si moriva.
Ma Dario le aveva insegnato come riconoscere la terra buona da quella cattiva, e che bisognava seguire le impronte degli animali e non succedeva niente.
Il gattino non si vedeva più. Cesira provò a chiamarlo un paio di volte, come le aveva insegnato la mamma, ma il rumore del fiume era forte e Cesira non sentiva neanche le sue parole.
Poi aveva visto il soldato.
Fermo, dentro una buca, le sorrideva.
Anche Cesira aveva sorriso, un po’ vergognosa e un po’ spaventata, ma non era successo niente.
Il soldato continuava a sorridere, ma non guardava lei.
Si era voltata, pensando di vedere qualcun’altro, ma non c’era nessuno.
E il soldato continuava a sorridere, guardando lontano.
Cesira si era avvicinata con lentezza, perché non capiva cosa stesse facendo il soldato e la nonna le aveva detto di stare sempre attenta.
Ma quello sorrideva, senza muoversi e senza allegria.
Poi, quasi sull’orlo della buca, era riapparso il gattino.
cercava di uscire dalla buca del soldato, ma non ce la faceva.
Cesira l’aveva preso tra e mani e solo allora aveva visto.
Nella buca non c’era niente, neanche le gambe del soldato.
Solo terra scura intrisa di sangue e tante, tantissime mosche.
Con il gattino tra le mani, che si lamentava per quanto fosse stretto, era scappata, fin dietro l’albero.
Da li si era voltata a guardare, che il soldato non le fosse corso dietro.
Ma era sempre lì, il suo sorriso ora una smorfia di dolore.
Con la mano che le tremava colse due fiorellini, appena sbucati nella primavera tardiva. E il gattino scappò ancora, lontano.
Piano piano andò a portarli al soldato, gettandoli - per la troppa paura di avvicinarsi -davanti a quel volto immobile.
E poi via, di corsa dalla nonna.
A metà strada arrivò il suono delle campane: prima una, poi tutte.
Da lontano si sentivano anche le campane del paese vicino e poi ancora altre, sconosciute.
In cortile non c’era nessuno, solo il frastuono delle campane.
Poi la nonna gridò.
Cesira se la vide correre incontro ed ebbe paura, ma la nonna la prese in braccio e cominciò a baciarla felice.
Arrivarono anche Matteo, con il nonno, ancora sporchi di terra, e si abbracciavano tutti.
Sua sorella rideva impazzita e corse incontro alla mamma, che era arrivata in bicicletta.
La mamma la strinse forte forte, che quasi le faceva male.
Tutti gridavano, contenti.
Matteo urlò “Arrivano!” e tutti corsero fuori, in paese.
Cesira, sulle spalle del nonno, vide da lontano la gente in mezzo alla piazza; e poi le macchine che entravano in paese suonando forte le trombe.
Un urlo di gioia esplose proprio mentre arrivavano degli uomini con i fucili, tutti sporchi e con la bandiera davanti.
Poi altre urla, brutte, e gli insulti e Cesira riconobbe uno di quei brutti della scuola, con la camicia nera tutta strappata e la testa bassa sporca di sangue, spinto da tutti.
Poi Dario che la chiamava dalle spalle di Piero, anche lui con un fucile, che veniva baciato dalle ragazze della scuola.
Tutti battevano le mani e ridevano, gridavano.
Arrivarono delle altre automobili, grosse e sporche e tutti di nuovo battevano le mani; gridavano “i Mericani!” e gli offrivano di tutto, dal vino ai polli spennati.
E allora capì che la guerra era finita.
Ancora sulle spalle del nonno pensò al soldato, morto, vicino al fiume.
Poi le venne il mente il suo gattino, il suo regalo di compleanno appena scappato.
E pianse un pochino.
Il fiume le piaceva, tanto. Anche quando diventava rabbioso e metteva paura alle altre bambine.
A Cesira il fiume non faceva mai paura, neanche quando la nonna le raccontava le storie brutte, delle notti passate con gli uomini a spalare, a portare sacchi, perché stava arrivando l’onda grossa.
Si era ricordata della nonna e - d’improvviso - si era resa conto che si sarebbe arrabbiata. Non voleva che Cesira andasse in giro da sola, soprattutto al fiume!
Ma Dario le aveva insegnato come scendere alla riva senza finire in acqua, quali erano i posti per prendere i ranocchi e dove si potevano vedere i mulinelli, per buttarci i rami leggeri e vederli girare e scomparire sul fondo.
Dario faceva la scuola con lei, ma era più grande, aveva già sette anni. Ma la scuola era così; andavano tutti insieme, i più piccoli e i più grandi nella stanza dove faceva freddo d’inverno e faceva caldo d’estate.
I maestri li dividevano solo dai grandi grandi, ma non sempre.
Con Don Ugo si stava tutti insieme, anche con Dario, ma a Cesira non piaceva: raccontavano sempre storie tristi e non si capiva, e poi Don Ugo gridava.
Gridava che c’erano i rossi, che erano diversi e cattivi, e che se arrivavano lì, al paese, sarebbe stato bruttissimo.
Una volta il fratello di Dario, Piero che era grande grande, aveva gridato anche lui, a Don Ugo! Che non era vero niente e che presto sarebbe finita per Don Ugo e per quelli come lui.
Don Ugo era quasi caduto e poi era scappato fuori dalla classe. Anche Piero era scappato, dalla finestra.
Il giorno dopo era venuto in classe il podestà con altri due, brutti, vestiti tutti di nero e con le teste di morto sul colletto. Ma Piero non c’era e neanche Dario; Cesira aveva pianto un pochino.
Poi però Dario era tornato, e le aveva detto che Piero era andato in montagna, a combattere.
Così Cesira tutte le sere diceva un pezzo di preghiera anche per il fratello di Dario, ché non morisse.
Con la primavera era tornata con Dario al fiume.
La nonna le aveva raccontato cose terribili, che i tedeschi mettevano le bombe sottoterra, che bastava metterci su un piede e si moriva.
Ma Dario le aveva insegnato come riconoscere la terra buona da quella cattiva, e che bisognava seguire le impronte degli animali e non succedeva niente.
Il gattino non si vedeva più. Cesira provò a chiamarlo un paio di volte, come le aveva insegnato la mamma, ma il rumore del fiume era forte e Cesira non sentiva neanche le sue parole.
Poi aveva visto il soldato.
Fermo, dentro una buca, le sorrideva.
Anche Cesira aveva sorriso, un po’ vergognosa e un po’ spaventata, ma non era successo niente.
Il soldato continuava a sorridere, ma non guardava lei.
Si era voltata, pensando di vedere qualcun’altro, ma non c’era nessuno.
E il soldato continuava a sorridere, guardando lontano.
Cesira si era avvicinata con lentezza, perché non capiva cosa stesse facendo il soldato e la nonna le aveva detto di stare sempre attenta.
Ma quello sorrideva, senza muoversi e senza allegria.
Poi, quasi sull’orlo della buca, era riapparso il gattino.
cercava di uscire dalla buca del soldato, ma non ce la faceva.
Cesira l’aveva preso tra e mani e solo allora aveva visto.
Nella buca non c’era niente, neanche le gambe del soldato.
Solo terra scura intrisa di sangue e tante, tantissime mosche.
Con il gattino tra le mani, che si lamentava per quanto fosse stretto, era scappata, fin dietro l’albero.
Da li si era voltata a guardare, che il soldato non le fosse corso dietro.
Ma era sempre lì, il suo sorriso ora una smorfia di dolore.
Con la mano che le tremava colse due fiorellini, appena sbucati nella primavera tardiva. E il gattino scappò ancora, lontano.
Piano piano andò a portarli al soldato, gettandoli - per la troppa paura di avvicinarsi -davanti a quel volto immobile.
E poi via, di corsa dalla nonna.
A metà strada arrivò il suono delle campane: prima una, poi tutte.
Da lontano si sentivano anche le campane del paese vicino e poi ancora altre, sconosciute.
In cortile non c’era nessuno, solo il frastuono delle campane.
Poi la nonna gridò.
Cesira se la vide correre incontro ed ebbe paura, ma la nonna la prese in braccio e cominciò a baciarla felice.
Arrivarono anche Matteo, con il nonno, ancora sporchi di terra, e si abbracciavano tutti.
Sua sorella rideva impazzita e corse incontro alla mamma, che era arrivata in bicicletta.
La mamma la strinse forte forte, che quasi le faceva male.
Tutti gridavano, contenti.
Matteo urlò “Arrivano!” e tutti corsero fuori, in paese.
Cesira, sulle spalle del nonno, vide da lontano la gente in mezzo alla piazza; e poi le macchine che entravano in paese suonando forte le trombe.
Un urlo di gioia esplose proprio mentre arrivavano degli uomini con i fucili, tutti sporchi e con la bandiera davanti.
Poi altre urla, brutte, e gli insulti e Cesira riconobbe uno di quei brutti della scuola, con la camicia nera tutta strappata e la testa bassa sporca di sangue, spinto da tutti.
Poi Dario che la chiamava dalle spalle di Piero, anche lui con un fucile, che veniva baciato dalle ragazze della scuola.
Tutti battevano le mani e ridevano, gridavano.
Arrivarono delle altre automobili, grosse e sporche e tutti di nuovo battevano le mani; gridavano “i Mericani!” e gli offrivano di tutto, dal vino ai polli spennati.
E allora capì che la guerra era finita.
Ancora sulle spalle del nonno pensò al soldato, morto, vicino al fiume.
Poi le venne il mente il suo gattino, il suo regalo di compleanno appena scappato.
E pianse un pochino.
martedì 8 dicembre 2009
Bella macchinetta
Una bella macchinetta, altrochè.
L'ho visto subito quando è uscita: comoda, filante, una linea moderna e pratica.
Anche Zio Alfonso, all'epoca c'era ancora, l'aveva detto: questa volta alla FIAT con la 128 avevano fatto le cose per bene.
E lui lo sapeva perchè c'aveva due fratelli e tre nipoti alla FIAT, a Torino.
Con Mimmo ci eravamo ritagliati la pubblicità che era uscita sui giornali; la sera, in piazza, ce la guardavamo sotto al lampione di fronte al Comune.
Avevamo già deciso: bianco con interni neri la sua, blu con gli interni rossi la mia. Motore 1100, sicuro. Certo la Rallye, con quei quattro fanali dietro tondi, che facevano tanto corsa, era bellissima. Ma noi eravamo sognatori coi piedi per terra, la macchina doveva avere quattro porte, per gli amici, la famiglia.
I piedi li abbiamo messi a terra del tutto l'anno dopo: Mimmo a Bologna a fare il militare, io qui a aiutare mio cugino, che aveva scritto che gli serviva una mano per l'estate.
Che viaggio, tremila chilometri senza dire una parola a nessuno, che tanto dopo il Ticino chi ti capiva?
Partito a Maggio e arrivato in novembre, che qui l'estate è come da noi l'inverno.
Poi il cugino, sua moglie, il fratello di lei con la ragazza finlandese, la stanza sopra la pizzeria e un muro con le foto delle ragazze. Al centro lei, sempre. Con una foto sempre più sbiadita che si era rinnovata solo quando Mimmo, adesso anche lui a Torino con gli studenti conosciuti a Bologna, mi aveva spedito addirittura un catalogo! L'aveva rubato in fabbrica e non se ne era accorto nessuno.
Le sorprese non erano finite: adesso c'era anche il mille e tre, un motorino da ben 75 cavalli che spingeva il mio sogno a circa 160 all'ora.
Su Quattroruote, sempre una spedizione del buon Mimmo finchè non avevo convinto l'edicolante a farselo spedire da Helsinki pagandogli tre numeri in anticipo, si parlava di una versione “Sport” di prossima uscita, con motore potenziato e carrozzeria diversa, più grintosa.
Con mio cugino, che mi aveva fatto socio dopo che il cognato s'era sposato e divorziato la finlandese ed era sparito per fare import di qualcosa, ne avevo anche parlato, che qualche soldo da parte l'avevo.
Ma come si faceva? Avrei dovuto comprarla giù e poi portarla lì, ma Kalle il poliziotto mi aveva spiegato che sarebbe stato un problema con la targa italiana.
Rosa non capiva, diceva che se volevo una macchina potevo comprarmi la Volkswagen di Anders, che lui non la usava più, e che da lei in Portogallo una macchina era una macchina e basta.
Non capiva.
Anche Mimmo sembrava aver perso l'interesse: mi scriveva che era sbagliato, che ero caduto nel tranello della società consumistica, un furto dei nostri sogni e altre cose che mi facevano ridere, pensando a quando da giovani c'eravamo rubati il pàttino di fronte ai bagni per fare la traversata del porto di notte, e le mazzate che ci avevano dato quando ci avevano scoperto!
Altro che furto dei sogni.
La Sport poi l'avevano fatta, bella e veloce, ma io c'avevo Luca e Rosa mi aveva fatto comprare la Ford; altro che sportiva: ci dovevamo caricare di tutto quando tornavamo su dal paese.
Zio Alfonso non c'era più e quando chiedevo di Mimmo a mio fratello o agli amici, le risposte erano vaghe.
Anche io non lo sentivo quasi più, poche lettere, qualche telefonata. Parole sempre più di circostanza.
Non lavorava più in fabbrica, non leggeva più Quattroruote. Aveva sempre poco tempo e non mi dava mai un indirizzo dove scrivere.
Io la Ford l'avevo cambiata con l'arrivo di Concetta, e perchè Rosa si era fatta di colpo interessata alle macchine. Adesso con la Volvo, diceva, sembriamo anche noi migliori.
Allora io attaccavo con la storia della mia macchinetta, e Luca dietro, a ridere, mentre Rosa fingeva di impazzire, di non poterne più.
Poi il colpo: Maggio del '75, il postino lascia in buca la solita copia di Quattroruote, io lo prendo e rimango fermo, così, a bocca aperta, sul vialetto.
Era uscita la 3P. Quattroruote ce l'aveva in copertina.
Una linea da far girare la testa, che quando avevo appeso il poster al locale anche i finlandesi mi facevano i complimenti.
Così, fermo sul vialetto, mi avevano trovato Rosa e i bambini.
Così immobile da non aver visto neanche la lettera.
La lettera diceva che Mimmo le aveva sempre parlato di me, le aveva detto e raccontato di noi, di come dei due io fossi sempre stato il più coraggioso e che ero venuto qui a farmi un mazzo tanto al freddo. Che lui lottava anche per me, perchè non ci fossero più amicizie divise come la nostra.
Poi c'era l'articolo, ritagliato dal giornale.
Diceva che in uno scontro tra manifestanti e poliziotti era caduto un militante del Movimento, che era armato, o così era sembrato a chi aveva sparato.
Domenico Iannone, di anni 23.
Quando parlo coi miei figli o con mia nuora, al telefono, parlo solo il finlandese. Gli amici ridono, dicono che sembra che sto male.
Su non ci vado più, non ho più voglia. Rosa va, ogni tanto, a trovare i nipoti.
Io sto qui, guardo il mare. Ho un po' di terra per far giocare i nipoti quando vengono giù, l'estate. E nel garage ho la mia officina.
L'anno scorso finalmente ne ho comprata una, Rosa mi diceva che ero scemo, però anche lei aveva gli occhi lucidi.
L'ho rimessa a posto d'inverno, anche i sedili, neri perchè rossi non li ho trovati.
E adesso ci vado giù al mare, piano piano.
Quelli dietro, che vengono dalla città e c'hanno fretta, mi suonano e si arrabbiano.
Poi quando la strada si allarga sorpassano e mi gridano di levarmi di torno, io e la mia bella macchinetta.Io guardo Mimmo e ridiamo.
L'ho visto subito quando è uscita: comoda, filante, una linea moderna e pratica.
Anche Zio Alfonso, all'epoca c'era ancora, l'aveva detto: questa volta alla FIAT con la 128 avevano fatto le cose per bene.
E lui lo sapeva perchè c'aveva due fratelli e tre nipoti alla FIAT, a Torino.
Con Mimmo ci eravamo ritagliati la pubblicità che era uscita sui giornali; la sera, in piazza, ce la guardavamo sotto al lampione di fronte al Comune.
Avevamo già deciso: bianco con interni neri la sua, blu con gli interni rossi la mia. Motore 1100, sicuro. Certo la Rallye, con quei quattro fanali dietro tondi, che facevano tanto corsa, era bellissima. Ma noi eravamo sognatori coi piedi per terra, la macchina doveva avere quattro porte, per gli amici, la famiglia.
I piedi li abbiamo messi a terra del tutto l'anno dopo: Mimmo a Bologna a fare il militare, io qui a aiutare mio cugino, che aveva scritto che gli serviva una mano per l'estate.
Che viaggio, tremila chilometri senza dire una parola a nessuno, che tanto dopo il Ticino chi ti capiva?
Partito a Maggio e arrivato in novembre, che qui l'estate è come da noi l'inverno.
Poi il cugino, sua moglie, il fratello di lei con la ragazza finlandese, la stanza sopra la pizzeria e un muro con le foto delle ragazze. Al centro lei, sempre. Con una foto sempre più sbiadita che si era rinnovata solo quando Mimmo, adesso anche lui a Torino con gli studenti conosciuti a Bologna, mi aveva spedito addirittura un catalogo! L'aveva rubato in fabbrica e non se ne era accorto nessuno.
Le sorprese non erano finite: adesso c'era anche il mille e tre, un motorino da ben 75 cavalli che spingeva il mio sogno a circa 160 all'ora.
Su Quattroruote, sempre una spedizione del buon Mimmo finchè non avevo convinto l'edicolante a farselo spedire da Helsinki pagandogli tre numeri in anticipo, si parlava di una versione “Sport” di prossima uscita, con motore potenziato e carrozzeria diversa, più grintosa.
Con mio cugino, che mi aveva fatto socio dopo che il cognato s'era sposato e divorziato la finlandese ed era sparito per fare import di qualcosa, ne avevo anche parlato, che qualche soldo da parte l'avevo.
Ma come si faceva? Avrei dovuto comprarla giù e poi portarla lì, ma Kalle il poliziotto mi aveva spiegato che sarebbe stato un problema con la targa italiana.
Rosa non capiva, diceva che se volevo una macchina potevo comprarmi la Volkswagen di Anders, che lui non la usava più, e che da lei in Portogallo una macchina era una macchina e basta.
Non capiva.
Anche Mimmo sembrava aver perso l'interesse: mi scriveva che era sbagliato, che ero caduto nel tranello della società consumistica, un furto dei nostri sogni e altre cose che mi facevano ridere, pensando a quando da giovani c'eravamo rubati il pàttino di fronte ai bagni per fare la traversata del porto di notte, e le mazzate che ci avevano dato quando ci avevano scoperto!
Altro che furto dei sogni.
La Sport poi l'avevano fatta, bella e veloce, ma io c'avevo Luca e Rosa mi aveva fatto comprare la Ford; altro che sportiva: ci dovevamo caricare di tutto quando tornavamo su dal paese.
Zio Alfonso non c'era più e quando chiedevo di Mimmo a mio fratello o agli amici, le risposte erano vaghe.
Anche io non lo sentivo quasi più, poche lettere, qualche telefonata. Parole sempre più di circostanza.
Non lavorava più in fabbrica, non leggeva più Quattroruote. Aveva sempre poco tempo e non mi dava mai un indirizzo dove scrivere.
Io la Ford l'avevo cambiata con l'arrivo di Concetta, e perchè Rosa si era fatta di colpo interessata alle macchine. Adesso con la Volvo, diceva, sembriamo anche noi migliori.
Allora io attaccavo con la storia della mia macchinetta, e Luca dietro, a ridere, mentre Rosa fingeva di impazzire, di non poterne più.
Poi il colpo: Maggio del '75, il postino lascia in buca la solita copia di Quattroruote, io lo prendo e rimango fermo, così, a bocca aperta, sul vialetto.
Era uscita la 3P. Quattroruote ce l'aveva in copertina.
Una linea da far girare la testa, che quando avevo appeso il poster al locale anche i finlandesi mi facevano i complimenti.
Così, fermo sul vialetto, mi avevano trovato Rosa e i bambini.
Così immobile da non aver visto neanche la lettera.
La lettera diceva che Mimmo le aveva sempre parlato di me, le aveva detto e raccontato di noi, di come dei due io fossi sempre stato il più coraggioso e che ero venuto qui a farmi un mazzo tanto al freddo. Che lui lottava anche per me, perchè non ci fossero più amicizie divise come la nostra.
Poi c'era l'articolo, ritagliato dal giornale.
Diceva che in uno scontro tra manifestanti e poliziotti era caduto un militante del Movimento, che era armato, o così era sembrato a chi aveva sparato.
Domenico Iannone, di anni 23.
Quando parlo coi miei figli o con mia nuora, al telefono, parlo solo il finlandese. Gli amici ridono, dicono che sembra che sto male.
Su non ci vado più, non ho più voglia. Rosa va, ogni tanto, a trovare i nipoti.
Io sto qui, guardo il mare. Ho un po' di terra per far giocare i nipoti quando vengono giù, l'estate. E nel garage ho la mia officina.
L'anno scorso finalmente ne ho comprata una, Rosa mi diceva che ero scemo, però anche lei aveva gli occhi lucidi.
L'ho rimessa a posto d'inverno, anche i sedili, neri perchè rossi non li ho trovati.
E adesso ci vado giù al mare, piano piano.
Quelli dietro, che vengono dalla città e c'hanno fretta, mi suonano e si arrabbiano.
Poi quando la strada si allarga sorpassano e mi gridano di levarmi di torno, io e la mia bella macchinetta.Io guardo Mimmo e ridiamo.
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