domenica 8 aprile 2018

Il gommista più veloce del West


Tanti anni fa, nel selvaggio West, dove la vita di un uomo valeva solo la prontezza delle sue pistole giunse un giovane immigrato calabrese, Pino Barile.

Pino non era un tipo litigioso, non aveva neanche la pistola, e si stabilì nella tranquilla cittadina di Whichita Falls, dove regnava la legge e l’ordine.
Per non stare con le mani in mano decise di aprire subito la sua attività e così i cittadini videro questo ragazzo affittare un negozio con annessa officina e, nel giro di una settimana, orgogliosamente alzare l’insegna “pino Barile - Coperture in gomma”.

Ora, all’epoca, le automobili non c’erano, anzi non erano neanche state inventate, le motorette uguale e di biciclette, in tutta la città, ce n’era solo una, quella della bella figlia del Sindaco, la signorina Eliza.

Pino però non era un tipo da castelli in aria e si mise subito a illustrare ai suoi concittadini i benefici che le applicazioni della gomma potevano dare.

Convinse Old Wild Jack, un mandriano, a farsi gommare il cavallo e gli mise su quattro copri-zoccoli in gomma, con un battistrada che teneva da far paura anche sul bagnato.

Al Saloon non si parlò d’altro per una settimana; e chi diceva che non pensava che Jack fosse un tipo effeminato e chi, invece, diceva che finalmente il progresso era arrivato anche a Wichita Falls.

Quando, una sera, finalmente Jack passò per il suo cicchettino lo subissarono di domande: come andavano ‘sti zoccoli nuovi, perché li aveva messi, cosa costavano, se aveva notato un incremento nei consumi.

Jack disse che, da quando aveva istallato i nuovi copri-zoccoli il vecchio Trappola, il suo cavallo, andava molto meglio su e giù per i canyon, teneva di brutto, e che erano molto silenziosi, roba utile quando dovevi arrivare di soppiatto sul vitello che era scappato.
D’altra parte però tutto ‘sto silenzio nella prateria non è che servisse molto e, quando - occasionalmente eh? - Jack si faceva una gollata di troppo e perdeva Trappola, era dannatamente difficile ritrovarlo, adesso che che non faceva più rumore!

Insomma la discussione lasciò quasi tutti sulle proprie posizioni, tranne Jim Roscoe che, avendo accennato alla cosa dell’effemminato, grazie ad un bel cazzottone che Jack gli aveva assestato spedendolo fuori dal saloon, si ritrovò seduto in mezzo alla strada…

Ma ‘sta roba del silenzio giunse alle orecchie, cosa un po’ strana visto che era un silenzio, delle signore di Wichita Falls.

Il giorno dopo erano già in coda da Pino, per farsi gommare i loro cavalli e non sentire più quel fastidioso scalpitio quando andavano dalla modista o in passeggiata.

Pino, che sapeva cogliere le opportunità, propose loro, con un piccolo costo extra, una vasta gamma di fantastici colori: nero, nero un po’ più chiaro, nero quasi grigio e un bel grigio che subito diventò il colore di grido, tutte volevano averlo!

Il reverendo Johns, il pastore del paese, corse dal sindaco perché fermasse questo abominio; se il Signore avesse voluto dei cavalli silenziosi li avrebbe fatti con gli zoccoli già di gomma e, insomma, era il momento che si fermasse questa fiera di vanità inutile.
Il sindaco, che aveva una moglie graziosa ma un po’ battagliera, decise subito che il male minore era mandare a stendere il prete, piuttosto che sentire le urla di quella strega di sua moglie e liquidò il buon pastore dicendogli che non capiva come mai la Chiesa, questa volta, si opponesse al progresso umano; non era mai successo!

Colto impreparato il reverendo se ne andò, ma meditava la sua vendetta verso quel malefico italiano che aveva corrotto le pecorelle del suo Gregge…

A Pino però, dopo l’iniziale successo, le cose non è che andassero poi così bene: tranne qualche sparuto caso i Cow-Boys non si erano fatti convincere dal gommare i loro cavalli e, ormai, quasi tutte le signore di Wichita Falls avevano fatto l’acquisto.
Pino si era inventato delle migliorie, come un nuovo battistrada più adatto alla velocità, aveva sperimentato con dei nuovi colori che, però, tendevano tutti inesorabilmente al nero. 

Aveva addirittura organizzato una serata di informazione, affittando il granaio di McTurner, dove aveva spiegato come era importante fare un controllo degli zoccoli periodicamente, soprattutto in previsione di qualche viaggio lungo.
Ma gli affari languivano.

Solo la bella Eliza gli portava spesso la sua preziosa bicicletta, ma erano più che altro visite di cortesia, perché Eliza non sapeva andare in bicicletta e le sue ruote erano immacolate come il giorno che il babbo gliel’aveva regalata…

Si era adattato a usare la gomma per altri scopi, come sistemare lo scarico del lavandino del Saloon, ma erano lavoretti di poco conto, che non gli piacevano e che gli fruttavano poco.

All’inizio della primavera il Sindaco, tutto emozionato, radunò i cittadini per annunciare che, da lì a poco, sarebbe passato per Wichita Falls il corteo reale della regina di Cappadocia, in visita ufficiale nel selvaggio West.
Era un’occasione per far parlare della loro città nel mondo intero e non potevano perdersela.

Stabilì quindi che tutta la cittadina andava ripulita, le strade liberate da immondizia o sterpaglie, le case e i negozi rinfrescati e ridipinti, insomma si doveva tirare a lustro Wichita Falls per una visita così importante!

Anche Pino fece la sua parte; dopo aver abbellito il suo negozio con una nuova sgargiante insegna aiutò altri a fare lo stesso.
Diede anche la dimostrazione di una sua nuova invenzione, il tubo di gomma, con cui - collegandolo ad un rubinetto, si poteva spruzzare acqua a distanza, per lavare facciate o bagnare le strade.
L’invenzione fu molto apprezzata, ma ebbe scarso successo, anche perché l’unico rubinetto del paese era nel saloon e gli altri l’acqua la prendevano dai pozzi.

Insomma per il gran giorno Wichita Falls era così brillante che la si poteva vedere a miglia di distanza.

Verso le quattro le vedette mandate dal Sindaco corsero in città a riferire che il corteo reale stava arrivando, e che corteo!

Dopo un battaglione di guardie reali di Cappadocia a cavallo, tutti impettiti nelle loro corazze e nei loro elmi piumati, passarono le truppe a piedi, i temutissimi Falangisti di Cappadocia (o Faladocia per brevità) con il loro caratteristico profumo di bagnoschiuma Vidal, poi sfilarono le carrozze dei dignitari, dal primo segretario di Sua Maestà, al secondo, al terzo, giù giù fino al Gran Provveditore di Marchedabollo da cinquanta, per finire con le carrozze del Gran Ciambellano e del Gran Tazziere, che servivano personalmente, ogni mattina, la colazione di Sua Maestà.

Infine, sfavillante di oro e di specchi, il cocchio reale di Cappadocia; una carrozza enorme, trainata da sedici cavalli bianchi con le criniere tutte infiocchettate, che sapevano nitrire anche in francese.

Giunto davanti al municipio il cocchio reale si fermò e l’araldo proclamò l’arrivo della Regina:
“Sua altezza reale, Donna Augustina Fernanda Giuseppa Carlalberta terza, Regina di Cappadocia, Duchessa del Belize, Signora di Isernia e Molfetta, Dama del Baden Wuttemberg, Prima Ragioniera di Francia, Conquistatrice della Kamchatka a Risiko, coinquilina del Re del Belgio, citofono A3”

Accidempoli! Nessuno a Whichita Falls aveva mai sentito un nome così lungo e il Sindaco, che non voleva far figure, pensò bene di presentarsi come:
“Il molto onorevole Dottor Floyd Teofilo Patterson, di fu Rudolph e McIntyre Agatina, Sindaco di Wichita Falls, membro del consiglio di sagrestia, anche capo dei pompieri e poi primo accalappia cani della contea di Wichita”

I suoi concittadini se la risero un po’, soprattutto ripensando al fatto che, l’unica volta che il Sindaco aveva fatto l’accalappia-cani, aveva scambiato un lupo per un randagio, e il lupo non l’aveva presa benissimo…

Comunque, fatte le presentazioni, la regina fece riferire che avrebbe volentieri preso parte al ricevimento in suo onore la sera stessa, tipo otto, otto e mezza. Ma adesso andava a riposarsi perché si sentiva un po’ stanca per il viaggio.

La sera infatti, durante il banchetto, raccontò che il cocchio reale mal si adattava alle piste e agli sterrati del selvaggio West, e che ogni trasferimento fino a Wichita Falls era stato molto pesante e doloroso per le sua reale persona e, soprattutto, per le sue reali chiappe.

In realtà non si espresse proprio così, ma fu così che i cittadini capirono il problema.

Anche Eliza era al banchetto e quando Pino la cercò, perché a Pino Eliza piaceva parecchio, la trovò tutta raggiante.

Un inglese al seguito di sua Maestà, un certo colonnello Dunlop, le aveva promesso di insegnarle ad andare in bici!!

Questo Dunlop era un damerino un po’ schifezzello e fetentuccio, e si capiva che della bicicletta di Eliza non gliene fregava niente ma che volentieri se la sarebbe portata a Londra per mostrarle il Big Ben.
Squadrò Pino dalla testa a i piedi con un sogghigno, e poi disse ad Eliza, “venga cara, andiamo a fare due passi senza mischiarci con il popolo…”

Pino stava per rispondere ma poi vide che Eliza era felice come una pasqua e non la smetteva di raccontare a tutte le sue amiche la storia della bicicletta, così si allontanò e ci rimase solo un po’ male. 

Tornò a casa pensando alla serata, alla carrozza di sua Maestà e alla bicicletta di Eliza.

Il giorno dopo, di primo mattino, si precipitò nell’ufficio del Sindaco.

“Ho la soluzione!” Gridò.

Il Sindaco, appena svegliato, a momenti ci rimaneva secco!

“Ma Pino! Che modi sono!? A quest’ora poi!?!?! E che soluzione??!”

Pino gli disse che aveva trovato il modo per far veramente parlare di Wichita Falls in tuto il mondo, che si fidasse di lui e che gli garantisse l’accesso al cocchio reale di Cappadocia.

Il Sindaco non voleva problemi, però l’idea di veder diventare famosa la sua città non gli dispiaceva.

In breve convinsero il palafreniere e l’araldo reale a farsi una bevuta, offerta dal Sindaco, al saloon, così che Pino potè lavorare tutto il giorno sul cocchio.

Alla sera il Sindaco fece dire a Sua Maestà che gli avrebbe fatto piacere portarla a fare un giro per la prateria, per farle vedere i dintorni.

Sua Maestà non ne aveva proprio voglia: “un altro giro per queste strade polverose e scomode? Non penso proprio!!”
Ma il Gran Ciambellano, aiutato dal Tazziere e dal Cioccolatiere caldo, la convinsero che non si poteva fare uno sgarbo così a quei simpatici villici.

Così, a malincuore, la regina Augustina salì su cocchio Reale, dove già l’aspettava il Sindaco.

Si avviarono verso la prateria e, sin da subito, la Regina si complimentò con il suo ospite perché non sentiva sobbalzi.
“Sa Signor Sindaco? É la prima volta che trovo delle strade così ben tenute, davvero le migliori del West!”
Il Sindaco gongolava. Diceva “Grazie Maestà, grazie.” E intanto si fregava le mani.

Ad un certo punto anzi si sporse verso il cocchiere e disse “Qui puoi andare anche un po’ veloce, che così è più bello!”.

La Regina già si era fatta bianca in volto: “Ma cosa dice!? Come si permette!?! Vuole che ci frulliamo qui dentro? Non sa che ogni sasso sulla strada è come una pugnalata nel mio… nel mio… nel mio personale?!?”

“Vedrà Maestà, vedrà…” diceva il Sindaco.

E, più che vedere, la regina sentì.

Un bel nulla.

Non uno scossone, non un balzo, non un cigolio sospetto dal divano della carrozza.

Le reali chiappe erano realmente comode!

Un successone!

Tornati in città la Regina volle conoscere personalmente il responsabile del miracolo e così le presentarono Pino, che le spiegò che si era limitato a mettere dei nastri di gomma sulle ruote del cocchio e dei pezzi di gomma spessa tra il cocchio e le ruote stesse.

La Regina di Cappadocia decise sull’istante di concedere un’onorificenza a Pino quando si sentì una voce dal fondo della sala.

“Beh? Non è mica un’idea nuova…”

Era il Colonnello Dunlop, quello che voleva insegnare a Eliza ad andare in bici.

“Nel mio paese queste cose si fanno già, ci sono parecchi gommisti.” disse.

Gommisti!?! Pensarono tutti. E che cos’era un gommista?!?

E Dunlop spiegò, con sufficienza e un po’ di noia, che quel Pino non aveva fatto niente di sbalorditivo, aveva solo copiato (disse proprio copiato, come se Pino fosse un copione!) quello che in Europa facevano già in molti.

Il Reverendo Johns, quello che meditava vendetta da tempo, non sapeva se gioire per la brutta figura di Pino o disperarsi perché questo abominio della gomma aveva già preso piede in Europa, Nel dubbio sorrideva furbetto, però passava tra le sue pecorelle seminando sospetto e paura, cosa che un uomo di Chiesa non fa mai.

La Regina aveva già messo via la spada da cerimonia (non si poteva mica fare cavaliere un copione) e chiese al Dunlop di spiegare bene.

“É semplicissimo Maestà”, disse quello “uno gli porta la carrozza e, nel giro di due o tre giorni, la va a ritirare ed è completamente silenziosa e confortevole quindi…” 

Ma non potè finire, perché Pino lo interruppe con un grido

“DUE O TRE GIORNI!?!?!”
“Ma che razza di fannulloni siete se io, che era la prima volta che lo facevo, ci ho messo meno di quattro ore!?!”

“Questo è impossibile” sbraitò Dunlop “Oltre che copione sei anche un gran bugiardo!”

“Bugiardo a me!?!” Disse Pino (perché nel West dare del bugiardo non era proprio bello, anche più brutto di farlo adesso a Mogliano Veneto o a Radicofani) “Ti faccio vedere io!”

Così, anche con l’aiuto del Sindaco che voleva difendere l’onore di Pino e di Wichita Falls, organizzarono una gara di velocità.

Furono portate due carrozze identiche davanti al negozio di Pino, su una avrebbe lavorato lui e sull’altra Dunlop, per vedere chi faceva prima.

Al suono della trombetta del vice-maresciallo aggiunto dei corazzieri reali la gara partì.

Subito si capì che non c’era gara: mentre Pino si era messo al lavoro immediatamente Dunlop, tutto preoccupato dallo sporcarsi la giacchetta, aveva cercato uno straccio, perché non voleva ungersi.
Poi si era lamentato che le ruote erano troppo pesanti.
Poi che i sedili della carrozza puzzavano di sigaro.
Poi che faceva troppo caldo.
Poi che c’era polvere.
Poi che lui si era appena fatto fare la manicure dalla sciampista reale e così si rovinava le mani.
Poi che…

“FINITO!” Urlò Pino.

E aveva finito davvero!

Tra gli applausi del pubblico e i complimenti del Sindaco Pino mostrò il suo lavoro alla Regina, che volle fare un giro subito sulla carrozza preparata da Pino.

Ne scese dicendo che era ancora più comoda del cocchio reale e che, anzi, la comprava subito perché così si che era un bel viaggiare.

A sera, di fronte alla cittadinanza, spontaneamente ed entusiasticamente tutta riunita, la Regina fece inginocchiare Pino davanti a lei, sguainò lo spadone da cerimonie e lo nominò, sul posto, Grand’Ufficiale dell’Ordine della Reale Comodità di Cappadocia.

Pino la ringraziò e poi disse, “Senta Maestà, mi scusi se approfitto, ma non ci sarebbe un modo per farmi un po’ di pubblicità? Sa, qui, gli affari vanno un po’ a rilento…”

La Regina si consultò con il Ciambellano, il Tazziere, Il cioccolataio Caldo e, questa volta, anche il gran Marmellatiere alla Fragola, vista l’eccezionalità della cosa. 

Poi si voltò e disse:

“Noi Augustina di Cappadocia, conferiamo al Grand’Ufficiale Pino Barile il titolo onorifico di 
GOMMISTA PIÚ VELOCE DEL WEST!”

Venne giù il teatro! 

Pure il Sindaco si commosse e piangeva come un agnellino così che, quando Eliza le disse che quel Dunlop era un cretino e che lei voleva sposare il Pino, dovette dire di sì tra mille singhiozzi di contentezza.

Da quel giorno Pino divenne il cittadino più famoso ed ammirato di Wichita, ma anche del West. E venivano anche da lontano, tipo Tucson o Chattanooga, per farsi modificare le carrozze da lui.

Ed Eliza?

Beh, per farsi perdonare di essere stata attratta da quel manichino del Dunlop chiese a Pino di insegnarle lui ad andare in bicicletta, ora che erano marito e moglie.

E il Pino disse “non c’è mica più bisogno che te impari, ho già fatto la modifica, guarda.”

Le aveva messo le rotelle.

mercoledì 15 maggio 2013

Tutt'una vita.


Allora è vero.
Ho sempre pensato che quella storia di vederti passare davanti tutta la vita nei momenti difficili fosse una balla, e invece.
Ho subito pensato a mio nonno, ai suoi baffi che sapevano di toscano bruciacchiato quando mi baciava.
Non che abbia molti altri ricordi: è morto che io ero ancora bambino. Ma ho rivisto la sua sciabola appesa al muro del salotto, e la nonna che ogni tanto la accarezzava commossa.
Uomo d'altri tempi, rispettato anche quando non era in divisa e girava per il paese. Gli bastava un'occhiata per controllare persone, far riflettere malintenzionati e tacitare sediziosi.
Un rispetto guadagnato sul campo, anzi in cantina. Quella dove l'avevano buttato i tedeschi quando si presentò a richiedere la liberazione dei compaesani arrestati per rappresaglia.
Da solo, perché aveva convinto il medico condotto a restarsene a casa, ché ci sarebbe stato bisogno di lui.
Li liberarono, ma si tennero il nonno per due settimane.
Non parlò, neanche dopo, e tutto il paese fu accompagnato dal suo silenzio fino alla liberazione.
Non raccontò a nessuno cosa era successo, cosa gli avevano fatto, neanche alla nonna, piangente.
Le disse solo, anni dopo, che certe cose non andavano raccontate, se si voleva continuare ad avere rispetto degli esseri umani.
Al funerale il Comando mandò un plotone in alta uniforme, e il maresciallo capo appuntò la medaglia alla nonna, che non pianse.
La mamma sì, e il paese si strinse intorno a lei e a me.
Il papà, il giorno del funerale, arrivò in ritardo perché aveva dovuto gestire una pratica in Comune. E i due che lo avevano fatto ritardare vennero additati per mesi, con sdegno.
Ma il nonno avrebbe capito, diceva papà. E anche la mamma annuiva.
Io, per questo, per queste storie, non ho mai avuto dubbi e, appena diplomato, ho fatto domanda.
Mi hanno accolto a braccia aperte, ma senza facilitarmi la vita, in ricordo del nonno.
Sono stati anni duri, sbattuto lontano di casa con il solo conforto dell'orgoglio negli occhi della mamma, quando ci riusciva di vederci.
Anche il papà era contento, e compensava in questo l'allontanamento dai suoi compiti per "scarsa flessibilità" come gli aveva detto il nuovo sindaco, nuovo in tutto.
Ho vissuto quegli anni in grande dilemma, sbeffeggiato dai coetanei che dileggiavano la mia scelta, che raccontavano le barzellette per poi zittirsi di colpo al mio arrivo, che cercavano di convincermi che esistevano alternative al "sistema". Ma io tenevo duro. E imparavo.
Anche al di là dei corsi di addestramento e perfezionamento, nelle missioni pesanti e nei compiti di routine: noiosi e difficili.
Ho avuto spesso paura, fino a quando la nonna, che mi aveva chiamato al paese perché stava morendo, mi lasciò la sciabola del nonno confidandomi che, dei due, chi aveva avuto sempre più timori era stato suo marito.
Che però non se ne vergognava perché, diceva, "a fare il mio mestiere senza avere paura si rischia di fare qualche stupidata."
E così ho affrontato le ronde, i rastrellamenti, i presidi ed i posti di blocco, anche in anni difficili, dove la divisa diventava un bersaglio.
Sono stato bravo, me la sono cavata e mi hanno fatto crescere.
Ho tenuto duro anche quando dovevo mandare giù amaro, quando mi hanno opposto a gente che, secondo me, non aveva tutti i torti.
Ce ne dicevano di tutti i colori, oppure ci compativano, mandati lì in divisa ad opporci ai nostri stessi interessi, per conto di qualcuno che non vuole neanche farsi vedere, nascosto da noi.
Ma gli ordini sono ordini, cavolo, se no, dove andiamo a finire?
E via, a salire.
Prima le lingue, ma in quelle ero bravo.
Poi le tecniche: autodifesa, valutazione dell'intervento, analisi comportamentali, teorie politiche e sigle, che cambiavano sempre ma avevano tutte lo stesso significato, per noi almeno.
E la gerarchia, sempre da rispettare anche quando era ottusa, come minimo, se non offensiva o peggio.
Per fortuna sono arrivati anche gli scatti, gli avanzamenti.
E la possibilità di farsi una famiglia, finalmente.
Poi i lavori più noiosi: tanto ufficio, poca stazione.
E le grane, i dossier da non leggere e quelli da dimenticare. Le minacce velate e quelle chiare e tonde.
E i trasferimenti, per compiti sempre più importanti. Rovigo, Venezia, Milano, Catania e ora Roma.
Tutte le ho viste: banditismo, industria, antimafia e ora le scorte.
A tutti: dai giornalisti invisi a molti ai politici, invisi a tutti, sembrerebbe.
Questo qui è solo l'ultimo di una lunga serie. Tutti uguali.
Ci chiama "i miei ragazzi" e c'ha meno anni di me.
Ci parla con piglio cameratesco, tipo che è stato in servizio con noi.
Manco il militare ha fatto, Donnarumma ha controllato.
Lavoratore all'estero.
A Lugano, così la mamma non stava in apprensione. Nella finanziaria degli amici di papà, con appartamento sul lungo lago.
Mica come Arrigoni, che per far fronte al secondo figlio ha richiesto il turno in Kossovo e a momenti ci rimaneva. Lui se l'é cavata, ma gli altri tre del blindato no. Lavoratori all'estero.
E questo, a momenti, per tornare a trovare gli amici di Lugano, ci fa sbattere tutti in galera dagli svizzeri!
Noi a dirgli che non ci facevano passare, così, armati. Ma lui a insistere, con la sua vocetta da ragazzo viziato. "Mi conoscono!" diceva, "ci faranno passare senza problemi…"
E' finita che gli svizzeri, quasi più imbarazzati di noi, ci hanno almeno offerto il caffè, in caserma a Chiasso. A lui no. Che figura di merda.
Lo seguiamo ovunque, anche dove non ci piace stare. E lo vediamo, con certa gente che ci piacerebbe controllare. E segnaliamo. Ma ci dicono che, per riserbo sull'attività parlamentare, non serve a niente. Però noi segnaliamo.
Si suda, sempre all'erta. A respingere giornalisti sgraditi (c'ha fatto pure la lista con le foto, il previdente!) e questuanti poco importanti.
Pure nelle interviste ci fa schierare, così da casa vedono quantʼè importante. E se il giornalista è di quelli scomodi fa pure la scena di guardarsi attorno, come fosse in pericolo ogni momento che lo fermano per strada.
Invece non si ferma mai, questo bisogna riconoscerglielo: sempre in giro a stringer mani e a fare promesse. I "bagni di folla" poi!
Quelli da far passare li riconosciamo subito, ormai; ci siamo imparati il tipo.
Sorridono già da lontano, come se non aspettassero altro dalla vita.
Portano buste, pacchi, spesso accompagnati da ragazze sorridenti anche loro.
Certe facce le riconosciamo, ma facciamo finta di niente.
O almeno ci proviamo.
Ad Anagni Ricotti è stato avvicinato da una giornalista, senza microfono o telecamera, ma la stronza ce lʼaveva in borsetta.
Eʼ successo un casino.
A me, capo scorta, mʼhanno tenuto tre ore in caserma, cʼera pure il generale.
Poi è arrivato uno, in borghese, secondo me dei servizi.
Mʼha fatto raccontare tutto per la quarta volta, poi sʼè messo a ridere.
“Non ti preoccupare”, mi ha detto, “quello lì non conta un cazzo, ha solo fatto un poʼ di piagnisteo ma tanto lo sa che cʼabbiamo un dossier così su di lui…”
Mʼha offerto una sigaretta e se lʼè fumata, rassicurando pure il generale.
Poi, andandosene, mʼha preso da parte.
“Continua tranquillo, le vostre segnalazioni le leggiamo, ma a uno così non gli succederà mai niente.”
E così abbiamo perso Ricotti; lʼhanno trasferito a un lavoro di merda, e questo continua a chiamarci “i suoi ragazzi”.
E continua a farsi vedere in giro: incurante delle figure di merda e dei sorrisi sempre uguali su volti sempre diversi.
Questo volto, invece, è la quarta volta che lo vedo.
Era già in piazza lʼaltro ieri, e prima al teatro e al comizio.
Sempre con la solita faccia, spiritata.
Lo sguardo fisso sul nostro uomo, non lo perde un attimo.
E gli stessi vestiti.
Solo che questa volta sotto il maglione c'ha il bozzo. Si vede.
Minimo minimo una 7.65.
E adesso, che tutta la vita m'è passata davanti agli occhi, che faccio?
Lo fermo?

domenica 29 gennaio 2012

Verdugo

Me llaman el verdugo
y soy un hombre solo
con estas manos limpias
que huelen a dolor
pasé toda mi vida
entre sombras y gritos
sin conocer piedad
sin conocer amor

Mi chiamano “El verdugo” e sono un uomo solo, con queste mani pulite che puzzano di dolore.
Ho passato la mia vita tra ombre e grida, senza conoscere pietà, senza conoscere amore.
L’esercito mi è stato padre e madre, padrone e puttana.
A quindici anni mi hanno messo una divisa; “almeno mangerai” disse mia madre, e ho mangiato.
Mi hanno mandato in cordillera, a stanare indios, e io avevo la faccia da indio.
Gli altri si lamentavano, mi insultavano e mi mandavano sempre avanti a tutti, a schivare le loro stesse pallottole.
Poi, una volta, il sergente mi ha detto:
“Indio, lo vedi quel prigioniero? Tagliagli i coglioni e portameli.”
L’ho fatto.
Il sergente ha preso i coglioni ancora caldi e mostrandoli ha detto a tutti:
“Questo qui ha la faccia da indio, ma ha le palle da argentino!”
Non l’ho capito subito, ma mi ha salvato la vita.
Allora mi hanno mandato a scuola, a scuola di canto, dicevano.
Mi hanno insegnato i numeri, le lettere, le tecniche ed i trucchi.
E ho imparato, a far cantare tutti.
Ero padrone dell’acqua e del fuoco, del ferro e dell’elettricità.
Mi hanno buttato in una cantina e mi hanno messo sotto.
Mi portavano i pezzi a tutte le ore del giorno e della notte. Ogni settimana, ogni mese.
Io eseguivo, applicavo quello che mi avevano insegnato.
Poi mi annoiavo e ho cominciato ad inventare.
Per scherzo mi hanno messo il nome, e invitavano anche i generali a vedere quanto ero bravo.
Mi guardavano e ridevano, bevendo. Bevendo tanto.
Così l'orrore nei loro occhi veniva nascosto dal coraggio dell’alcol, insieme al tremore.
Poi, una notte, mi hanno portato uno dei loro.
Gridava come gli altri.
Il nome mi è rimasto, ma nessuno ci scherzava più.
Un giorno è venuto il tenente.
“Abbiamo finito” mi ha detto. “Sei stato bravo. Dimentica, noi non ci dimenticheremo di te”.
Dimenticare?
Con la pensione mi pago una stanza ed il mate.
La signora non mi ha mai fatto una domanda, ma ha letto nei miei occhi il vuoto del cane senza padrone.
Ogni tanto mi passa i suoi avanzi, me li lascia fuori dalla porta. Senza una parola.
Faccio dei lavoretti, sono bravo con l’elettricità, e mi faccio pagare poco da chi non può permettersi un elettricista vero per una casa finta,
Ho imparato a leggere di nuovo, sui giornali vecchi che trovo in queste case.
E ho letto la mia storia. La storia del verdugo, perché il mio nome non lo sa nessuno.
E ci sono andato in quella piazza, fra le tante madri ed i pochi padri; gente a cui era stato strappato il diritto di continuare a vivere nei loro figli.
E fra tutti quei capelli grigi ho capito che io ero il più vecchio e loro tutti giovani. E loro erano tutti vivi e io sono sempre stato morto.
Da quando ho visto quelle facce e quegli sguardi mi lavo le mani continuamente.
Con il sapone, l’acqua e le lacrime.
Ma quell’odore non va mai via.
Ho visto il mio comandante in strada, con la famiglia e l’aria sicura di chi sa che può sapere.

L’ho seguito sotto casa e l’ho aspettato, perché non sapevo cosa fare.
E’ uscito, da solo, e io sempre dietro, come un cane abbandonato che ritrova il padrone; un misto di gioia e paura.
Mi ha visto, mi ha riconosciuto, mi ha preso da parte in un vicolo.
“Brutto scemo, cosa fai?” sibilava, tremando.”Sparisci, non farti più vedere”
Mi ha gettato dei soldi.
“Meglio per te sarebbe se fossi morto, indio del cazzo!”
L’ho ucciso con le mie mani, pulite.
Perché quello so fare.

Ogni giorno leggo sui giornali la mia storia, e imparo le storie ed i nomi dei pezzi che mi sono passati tra le mani.
Ogni giorno non so cosa fare, a volte vado in piazza a sentire quello che dicono di me e degli altri, ma sento solo che dobbiamo morire all'inferno.
Ma quello l'ho già fatto.

Al Mare

La porta è quella, prego.
Per fortuna sono qui io, altrimenti tutta questa gente chissà dove andrebbe.
Ci sono qua io, tutti i giorni.
E' importante.
Sono importante, quella porta è importante.
E io la indico.
Mi sorridono, sono felici, a volte ridono proprio.
Anche quelli delle macchine, quando mi vedono lì, in mezzo alla strada, a indicargli la porta, suonano la tromba.
Mi rispettano. Tutti.
Vorrei andare via con loro, partire su una macchina potente e farmi guidare. Lontano.
Una volta sono andato lontano.
C'era il mare, e tutti ridevano, e io comandavo.
Poi la notte è venuto il treno, io non volevo salire, ci hanno riportato qui.
Non sono più andato via.
C'è la porta, con la targa di fianco.
E' un museo, anzi no, è un ufficio, un ministero.
E' importante.
E un giorno verrà il ministro, con tutti, e mi batterà le mani.
Grazie, grazie,
E io, prego ministro, si figuri: io ho fatto solo il mio lavoro.
E lui grazie, grazie.
Ecco la medaglia, dove vuole che la portiamo?
E io; portatemi al mare, lì mi piace.
Con una macchina verde, anzi no, rossa.
La macchina, al mare.
Guarda che bella giacca che ho.
Me l'ha data…
E' a scacchi, bella.
La metto sempre io la mia giacca, è importante.
Poi indico alla gente; loro mi guardano male, mi odiano, non vanno neanche alla porta.
Sono invidiosi, della mia giacca.
Ma io la devo mettere.
Mi guardo nelle finestre, nelle vetrine.
Tutto a posto.
La giacca, a posto.
Mi rispettano.
A quella vetrina è uscito un signore.
E' un amico del ministro.
Mi ha portato qui e mi ha detto che devo stare solo qui.
La gente guardava. Mi guardano sempre.
Lui ha riso, la gente ha riso.
Mi ha dato dei soldi.
Mi rispetta.
Adesso sto qui, indico la porta.
Anche quando piove.
Non mi piace quando piove.
Voglio andare al mare.

sabato 28 gennaio 2012

Se rinasco

La vede quest'autocisterna? E' costata 80000 Euro, 60000 sono di tasse.
Tutto si mangiano, tutto.
Guardi lei: qui la stazione di servizio, lì una banca, là una assicurazione. Tre robe che rovinano il mondo.
Noi a lavorare come dei cretini e quelli li a ridersela su di noi.
Io lo dico sempre, se rinasco faccio il ladro. Tanto, che serve essere onesti?
Uno si ammazza per tirar su quattro soldi, per far studiare i figli. Che pure quelli oh!
Io mia figlia l'ho mandata pure a Londra, che doveva studiare l'inglese, doveva fare questo, quello e lei invece non ha combinato niente.
Mia moglie ci piange, che lei vuole pure il nipotino.
Figurati, quella c'ha sto fidanzato che non serve a niente, figurati il nipotino!
Eh i giovani. Se avessi io la loro età, gli farei vedere!
Io glielo dico: "lasciala perdere tua figlia, non ha mai combinato niente di buono."
Ma difatti: se torno indietro figli non ne faccio. Ma neanche mi sposo.
Non è per mia moglie, poveraccia. Che mo' c'ha pure qualcosa che il dottore non capisce.
L'ho portata al San Camillo, ma lì sembra che a visitarti ti fanno un favore!
E non ci abbiamo capito niente. Con sto dottorino giovane, uscito ieri dall'università. Sta lì a dirti paroloni che non si capisce e piglia un bello stipendio col suo camice bianco.
Bella vita, se rinasco faccio il medico!
Solo che lei sta male, poveraccia. Soffre ma fa finta di niente.
E guardi che quella è un toro eh?
Tre ne ha tirati su, e mi stava pure dietro a me quando ho avuto la pleurite che non potevo più guidare e non si sapeva come andava a finire.
Mi ricordo, quante gliene ho fatte passare!
Povera moglie mia, però ci vogliamo bene ancora come se fosse il primo giorno.
Quando eravamo giovani la domenica la passavo a prendere in moto, di nascosto, che sua madre non mi poteva vedere, la vecchia.
Ci urlava dal balcone! Di tutto mi diceva, che io mi ero nascosto dietro l'angolo di casa e quelli del bar davanti ridevano.
Poi dopo m'ha capito e m'ha voluto bene.
Che gliene ho voluto anch'io che quando è morta ho pianto più io di mia moglie.
Che quelli del comune non ci riconoscevano l'indennità e si sono messi a sollecitare dal giorno del funerale.
Ecco, quello lì è un bel lavoro: stai li tutto il giorno a menar l'anima agli altri ma quando vai allo sportello non c'è mai nessuno, tutti impegnati.
Lo dico sempre io: se lo dovessi rifare la portavo io al cimitero, con la cisterna. Tanto, andare per andare…
Ma mia moglie non s'è lasciata fregare eh?
Gliele ha cantate per bene, e quelli dopo a chiederle scusa!
E lei mi sorrideva e mi diceva: "hai visto?".
Che mia moglie quando sorride c'ha sto sguardo che sembra sempre la ragazzetta che mi portavo a ballare la domenica.
E io glielo dico sempre:
"Se rinasco ti sposo un'altra volta."

giovedì 17 novembre 2011

Il senso della Vi

Guardali, tutti lì appesi che mi sorridono, aspettate e vedrete, cari amici.
Cosa mi è toccato fare per tornare a respirare, da esiliato della vita, persona inesistente, dimenticato.
E’ per questo che mi sono inventato questa cazzata, perché sapevo già che in un mondo che rifugge il normale per paura di ammetterselo bisogna uscire dall’ordinario per avere attenzione.
Proprio così, godevano come imbecilli quando gliel’ho detto; figurarsi! Il più scemo di questi rimbambiti (che poi il rimbambito sarei io che ho 78 anni, non loro che hanno il cervello in zuppa a trent’anni!) continuava a dire “Fico, fichissimo!” quasi fossi stato una sciarpina di seta.
Ma sono scattati subito eh? E figurati, un’occasione così quando si ripresenta?
Mi hanno fatto qualche domanda, ma mi ero preparato. Sono rimasti di stucco quando gli ho fatto vedere che ero allenato! Eh si, anche un bavoso di settantotto anni, dico sette-otto, poteva essere allenato, e soprattutto nelle robe giuste: saturazione sopra 100, battito regolare, tono muscolare fuori dalla norma per l’età.
Mi han fatto pure parlare con lo psicologo, ‘sti fessi, come se non mi fossi preparato! Mi ero letto tutto il Durkheim, due volte! E la mia brava psicologhina mi faceva le due domandine che mi aspettavo, proprio lì, come due caciottine fresche da mangiare.
Era tutta sorridente e rilassata, poi, quando la sua “lettura” della questione era rientrata nelle sue capacità di comprensione, come da manuale. E “fico, fichissimo” ancora più pompato,‘che non vedeva l’ora di dare la notizia alla stampa!
Son venuti i giornalisti, son venuti. Tutti a cercare il “pezzo di colore”, l’occasione per scrivere qualcosa che fosse finalmente pubblicato. Certo una notiziola piccola, ma pur di distrarre i lettori da fatti ben più importanti che non si possono scrivere meglio dar risalto al nonnino paracadutista.
Tutto sapevo, tutto. Anche il momento in cui “Fico, fichissimo” mi avrebbe tolto la parola per dire le sue quattro cavolate sullo sport, sul “non mollare”!
L’avrei potuto scrivere in busta chiusa e consegnarglielo dopo. Le solite corbellerie di chi non vuole andare in profondità, di chi tace per non sentire, neanche se stesso.
Abbiamo fatto le foto, gli ho pure messo i ditini a V, come voleva “fico”, che sorrideva gonfiando il petto caso mai la foto fosse finita nelle mani giuste e – finalmente – avesse avuto anche lui l’occasione della vita. Quella che faceva diventare tutto bello.
Bello questo vento, me lo aspettavo più freddo, ma meglio così no?
La tuta non è così scomoda, e non stringe “lì” dove diceva “fico” dandomi di spalla, alla “tra noi uomini veri”.
Povero idiota, c’ha trent’anni e meno voglia di cambiare il mondo di Senise, che ne ha ottanta e gira con il pannolone, ma che vorrebbe essere sulle barricate come nel quarantacinque, che la mira ce l’ha ancora buona dice.
Chiacchiere da Bar, dove siamo relegati quando ancora riusciamo a raggiungerlo. E lì ci si da ai nostri vizi: dalle carte, alla settimana enigmistica, al vino giù giù a perdersi fino al pensare. Roba da sballo vera, mica le schifezze che si cacciano nel corpo i cosiddetti giovani!
Eh pensare. E’ bello ma fa male., se ci sai fare. Toh, la rima.
Se ci sai fare ti fai le domande, mentre pensi. E ti chiedi dove siano finiti tutti. Mica quelli morti, che si sa che o sono tre metri sotto o settemila sopra, secondo le credenze che uno ha. No, dove sono finiti quelli vivi, o biologicamente tali.
Si comincia dai parenti, che svaniscono come i titoli di coda di un bel film. Quando anche l’aiuto truccatore non lo vedi più cominci a capire che sei diventato vecchio, anziano, socialmente fastidioso.
E, contemporaneamente, si innalza reciprocamente il tasso di presenza delle sanguisughe: i politici prima di tutti. Vengono a trovarti con le telecamere di fianco, mai senza. Ed è un tripudio di “Ma che belle signore!, “Sempre arzillo il nonnetto” e cagate simili. All’ultimo che è passato (o il penultimo chi se ne frega) gliel’ho detto: “quanto mi da?”
Quello sorride e fa “Come scusi?”- E io, senza sorridere, “Vuole il mio voto no? Quanto è disposto a pagarmi per averlo? Me lo dica che facciamo il contrattino e lei se ne va a mani piene, che almeno la gita dai vecchi le ha dato qualcosa.”
Niente, neanche il coraggio di accettare l’offerta. Macché.
Si è girato verso Bonelli e ha buttato tutto sul ridere, o peggio ha cominciato anche a parlare di “socialità” e di “ bene della comunità” e “riscoprire i valori antichi”.
Povero scemo, che, se ci stava, pagavo il giro al Bar Grande, magari brindavamo pure alla sua salute, hai visto mai?
Schiavi, ecco cosa sono. Doppiamente perché pensano che gli schiavi siamo noi, che loro ci “governano”. Come se non sapessero che sono solo un’altra parte del formicaio, né peggio né meglio, incastrati come tutti gli altri a portare la loro briciolina.
Formiche? Mica vero. Chissà chi è stato il primo a dire che da quassù sembriamo tante formichine. Uno del 1800, sicuro. Uno che non aveva mai visto le foto aeree, satellitari o gugolmeps, come si chiama.
Guarda là: i bambini escono da scuola. Speriamo c’abbiano una maestra brava, di quelle che ancora ci credono. Che gli insegni mica solo addizioni e accenti ma che imparare è bello. Che è l’unico fuoco che alimenta il pensare!
Come diceva il Dante? “Fatti non foste a viver come bruti!” la più bella bestemmia mai scritta.
Almeno per quella chiesa che ci vuole tutti addormentati.
Non sono addormentato, e ti ho visto che mi fai segno, ma non tocco la maniglia. Sgomentati pure, pirla.
Siamo alla quota giusta, qualcuno ha già aperto. Io no.
Tanto giusto il prete ci mancava, e invece eccolo lì puntuale, a braccia aperte e il sorriso stampato sulla faccia. Porco Giuda. L’unico che non ci era cascato del tutto; m’ha fatto sudare eh? Quelli lì, quando hanno l’idea che gli stai scappando dalle grinfie, che li stai fregando, vengono fuori d’istinto. Non mollava, non ci credeva al vecchietto che voleva far vedere quanto valeva, che sognava un momento di notorietà. Peggio della Gestapo, mica perché l’ho conosciuta eh, ma me l’ha raccontata il Villani. Sette giorni a Villa Triste che si vedono nelle unghie mai più ricresciute e nella voce, ogni volta che parla.
Chi ha conosciuto le infinite bassezze dell’uomo si porta dentro una ferita che non si chiuderà mai. Un peso che ogni giorno ti porta giù.
Ma qui siamo ancora in alto, secondo me a 2000. Potrei ancora tirare, ma perché?
Paura non ne ho, neanche il prete è riuscito a instillarmi il diavolo della morte, che di solito gli riesce bene con tutti. Ho fatto il finto tonto, tanto dovevo solo copiare da “fico, fichissimo”.
Alla fine ha mollato. Non c’ha creduto del tutto, questo lo so, ma non è riuscito a fottermi, e questo lo sapeva lui.
Sulla porta l’ho baciato, così rispettiamo la loro tradizione. Se n’è andato via con gli occhi cattivi: un’anima in meno in controllo, una pecorella in più che si faceva i cazzi suoi.
E difatti continuo a farmeli. Lo so, lo so dov’è la maniglia di emergenza. Non fatemi gesti, che tanto ho capito. Voi no eh?
Sembrate il professore. Eh si, anche lui mi sono dovuto sorbire, per una volta attento.
Certo, c’è da capirlo. Non si può vivere una vita assillato dai problemi dei vecchi. Tanto la malattia è sempre la stessa: la vecchiaia, che noi ci sforziamo di curare prolungandola. Così il professore, per una volta, voleva capire.
Mi ha fatto gli esami, per vedere se rientravo in qualcuno degli schemi che s’è imparato a scuola. Niente, non è riuscito neanche a trovare una pillola giusta, questa volta.
Mica come la Trancani, che ogni volta va a piangergli la sua solitudine, dissimulata in forma di dolori, di paure di “qualcosa di brutto” e se ne torna a casa carica di belle parole e scatolette prese in farmacia; tanto per contribuire economicamente al sistema.
Via così, veloci, che sono un medico; mica un’assistente sociale o vostro nipote! Uno alla volta ma max venticinque minuti, prego qua la ricetta, che il tempo vola.
Anch’io volo, e il campetto è sempre più vicino.
Perché lo faccio? Boh, tanto ormai è troppo tardi per tirare. Cosa fatta capo ha, diceva mia nonna.
Roba solida, venuta su in campagna che non aveva paura di niente, neanche dei tedeschi della Wermacht, tanto per capirci.
L’ho fatto per la nonna ecco, perché quando se n’è andata ha aspettato a fare la pasta, se no si buttava tutto. E poi è salita in camera, e a noi nipoti ha detto solo “allora io vado”.
Così, serena, senza paure o pianti, ‘che tanto il senso della vita, della sua, l’aveva capito e aveva capito che c’ha un fine, di nome e di fatto.
Mica i piagnistei che mi toccano ogni giorno, di vecchi spaventati perché la morte non rientra nel giro del mondo attuale. Morire non fa “fico, fichissimo”. E poi non consumi più, non chiedi più mutui (che tanto dopo i sessanta non te li fa più nessuno lo stesso), non contribuisci al benessere sociale. Morire non è bello, soprattutto se non hai ancora provato il calcio in 3D!
Questa si che è vita!
Poi però tutti lì a farsi domande, indire convegni e partecipare a tolc-sciò per discutere sul “senso della vita”.
Banda di idioti. Come se non si sapesse.
Ecco, potevo lasciarglielo scritto, ma una lettera avrebbe sicuramente causato domande e – forse – qualcuno si sarebbe accorto del mio trucco.
E allora ve lo dico adesso, che sto ritornando alla terra, nel vero senso della frase, sempre più vicina, altro che formiche.
Volete sapere qual è il senso di questa cosa che chiamiamo vita? Semplice! Ecco la rispostona al quiz mega milionario, quella che farà felice la massa:
“il senso della vi…”.

Da "La Repubblica" del 13 novembre 2011:
A 78 anni si lancia da 4000 metri
 ma il paracadute non si apre
L'uomo non è riuscito ad aprire completamente il paracadute forse a causa di una manovra errata.

venerdì 7 ottobre 2011

Nel senso

Il Migliavacca, nel senso del Francesco, era da un po' che stava sulla via briscola. Nel senso che aveva cominciato piccolino, quando il padre bancario rispettato l'avevano fatto correre da Boggi in centro per rendere conto delle due sciarpine di seta che il Franceschino si era intascato senza passare dal via, nel senso della cassa.
Il ragioniere padre l'aveva sempre detto che questo figlio qua mah! E gli voleva bene, solo che da quella volta lì l'aveva scoperto, nel senso della scoperta di un nuovo mondo, di una tribù dagli usi e costumi strani e incomprensibili. E da allora, e da allora di altre scoperte ne aveva dovute patire il galantuomo, non l'aveva mai ripreso, ragguagliato, rimproverato. Neanche un sano scappellotto alla milanese, misto di incazzatura solenne e tutto sommato affetto paterno che solo dalle nostre parti si usa.
Si limitava a guardarlo fisso, non corrucciato o riprovante, piuttosto uno studioso che vede per la prima volta un marziano.
E si poteva capirlo, nel senso che il Migliavacca padre stava sotto la voce onestà della Treccani. Ma il figlio... mah!
E le voci correvano, nel senso che anche in Commerciale si sussurrava al caffè, si alludeva con lo sguardo scuotendo il capo in un misto di finto dispiacere per il Ragionere e sana goduria da trapasso Dantesco.
Alla prima uscita del figlio sulla cronaca del Giorno ci fu pure l'invito del Direttore Filiale a fare due chiacchiere in ufficio. E il Migliavacca padre non ci rimase bene.
Anni dopo, sul letto di Niguarda che stava per diventare l'ultimo, ci fu un abbraccio finale, ma lo sguardo era sempre lo stesso.
Il Franceschino cresceva, sia in statura che in cazzate, che cominciavano a farsi notare.
Non che fosse cattivo, solo un po' impulsivo. Pronto allo sberlone preso e dato e immancabilmente beffardo verso la Madama che, sempre immancabilmente, interveniva.
Lui lo diceva che avevano iniziato gli altri, che lo guardavano in modo strano, ma hai voglia a farlo capire a quelli lì.
E tanto era nota la faccia che alla prima cazzata grossa, che a momenti ci scappava il morto, neanche il commissario che rispettava il padre, gli poté risparmiare il gabbio.

Ne uscì bene, nel senso della buona condotta e della pena ridotta, ma ormai aveva rotto il ghiaccio e ci ritornò un paio di volte, sempre per delle cazzate.
La terza volta il direttore, che anche lui sapeva la storia e conosceva il padre, pensò bene di evitargli nei limiti del possibile la quarta, e lo mise in gabbia con Stefanoni Italo, detto tabacca per via dell'inusitata abitudine, se colto sul fatto, a darsela a gambe (nel senso di correre, tabaccare via) anche se dietro c'era la Pula con la volante e lui c'aveva il palo con la Giulia 1600 taroccata ad aspettarlo.
Perchè al di là di questo aspetto un po' naif, che gli aveva fatto fare il giro di San Vittore quelle tre-quattro volte, il tabacca la sapeva lunga, e il direttore – che oggi diremmo un buonista, ma che una volta si diceva brava persona – l'aveva scelto per dirozzare il Franceschino e magari risparmiargli un'altra visitina alla Patrie, nel senso di Galere.
Il tabacca senza che nessuno gli domandasse nulla aveva risposto, nel senso che aveva preso il Franeschino e lo aveva trasfomato in Miglia, nel senso di Migliavacca Francesco fu Renato che, anche se faceva rima con incensurato, dell'incensurato non c'aveva più niente, ma così niente che anche la mamma, la Signora Carla, lo sapeva. In cuor suo e anche fuori.

Col tabacca ci andava d'accordo, e difatti si erano subito messi in società. Per azioni, ma anche per semplici botte da una gamba e via, giusto per sedersi da Marino a farsi uno spaghetto e vedere se c'era qualcuna da farci quattro salti.
Macchine non mancavano mai, anche se il tabacca si sapeva com'era fatto, e per via delle macchine avevano conosciuto il Manara.

Tipo strano, taciturno. Li aveva beccati che gli stavano facendo il 132, ma non si era mica incazzato.
“Questa qui no, che mi serve. Se volete potete farvi la BMW lì, ma via la targa subito che se vi beccano sono cazzi per tutti.”
Tra lo scampato casino e l'inaspettata generosità ne era nato un Camparino al bar dell'angolo, dove il Manara (Roberto detto Robi) li aveva ragguagliati ma fino a un certo punto.
Nel senso che il tabacca, sentendo che il giro di macchine c'era ed era buono, ma se si rispettavano due tre regolette, aveva capito il resto.
“E' un politico” aveva sentenziato, che per chi ha fatto il gabbio non significa Montecitorio o macchine blu, ma piuttosto ora d'aria differenziata e separazione dai “comuni”.
Il Miglia invece aveva fiutato l'affare, e siccome per via di un gabbio precedente c'aveva certi amici che riciclavano come matti a Quarto Oggiaro aveva cominciato a far sparire macchine che neanche il Silvan della TV.

Il Manara gli andava bene, si rispettavano le regole e nessuno si faceva male, ma al di là del camparino non si andava. Nel senso che il tabacca aveva invece fiutato il casino grosso, erano mica anni facili, e preferiva stare alla larga. Tanto che ci avevano litigato sopra, una volta che lo spaghetto di Marino era stato abbondantemente bagnato da Inferno e Braulio della “serata valtellina”.

Così il tabacca non lo accompagnava più dal Manara, e si vedevano solo poi qualche sera, da Marino o in qualche balera del giro.
Il Manara aveva notato l'assenza ma, come al solito, si era fatto i suoi, nel senso dei cazzi, e aveva continuato a elargire berlinone da far sparire come se nulla fosse.
Purtroppo qualcosa c'era e anche parecchio pesante visto che una sera, consegnando un'Alfetta marrone che era un bijoux il Miglia trovò i ragazzi di Quarto un po' sul nervoso, nel senso di incazzati.
Nella consegna precedente avevano trovato il qualcosa sotto il sedile, e non ci volevano avere niente a che fare, anzi se la riprendesse il Miglia quella roba lì e che consegnasse roba pulita se voleva continuare a fare il fornitore.
Il Miglia si ritrovò in mano il di cui, nel senso di una Beretta regolamentare con regolamentari numeri limati. E la riportò al proprietario, nel senso del Manara.

Non che si aspettasse lo sciampagnino e le pacche sulle spalle, ma neanche il ringraziamento che il Manara e altri due che non aveva mai visto prima gli stavano gentilmente offrendo, nel senso dei cazzotti.
Uno poi, uno della bassa Italia con l'accento di Napoli, menava come un fabbro e faceva domande, ma più cercavi di rispondere e più quello menava, tanto che, ormai, il Miglia aveva lasciato perdere.
Alla fine aveva ceduto il Manara. Con un basta così che lo aveva lasciato sgonfiare come un sacco della rumenta svuotato di colpo. Gli altri due si erano fermati quasi subito, nel senso che un altro paio di pappine gli erano arrivate.
E poi domande, ancora domande, non si finiva più.
Quando, alla fine, il Manara gli accese una sigara il Miglia capì che era finita, nel senso bene. Il terrone disse che non poteva uscire conciato così, che bisognava rimetterlo a posto, e così lo portarono in un'altra stanzetta e gli dissero di aspettare.
Così, mentre tra botte e stanchezza si stava quasi per addormentare, e se non fosse stata la poca fiducia che fosse veramente finita bene l'avrebbe fatto, la porta si riaprì e ne entrò un angelo, anzi l'Angela. Con una scatola di cerotti e il flacone del Bialcol.
Terrona anche questa, lo vedevi solo da come ti guardava, ma con mani di altra categoria ripetto a quell'altro, nel senso della delicatezza.
Delicata fino a un certo punto, nel senso che quando le mani del Miglia andarono a posarsi dove l'Angela pretendeva rispetto, lo sganassone di riscontro gli parve suggerire una certa parentela tra quei due.
“E' mio fratello” rispose l'Angela ad una domanda che c'era stata solo tra gli occhi. E gli sorrise.
E vedendo quel sorriso per la prima volta in vita sua il Miglia sentì battere il cuore forte, nel senso che svenne.
Li presero tutti grazie alla Faina, nel senso di Chiovesan Luigi, che al quarto schiaffone in questura si trasformò nell'A-L di Milano e provincia, nel senso di far nomi.
Al Miglia e all'Angela andò relativamente bene, nel senso che l'Angela quasi si salvava con un'accusa di circonvenzione d'incapace al fratello, ma poi il giudice la guardò bene e decise per un sei mesi con la condizionale.
Al Miglia bastò che arrivasse il suo fascicolo sul tavolo del giudice; alto una spanna e datato, raccontava di piccolo brigante, non di eversione. Otto mesi, senza condizionale.
Ne fece quattro per buona condotta, nel senso che la voglia di uscire gli era finalmente scoppiata. Un po' per lui ma molto per l'Angela.
E difatti se ne andò giù a Napoli, dai suoi, per riprendersela, perché lo scambio di lettere degli ultimi mesi era stato più che esplicito.
I genitori lo accolsero come un figlio, nel senso di puttana, perché dopo il processo si erano convinti che a Nord di Avellino tramassero tutti per fargli ammazzare i figli loro.
Angela invece lo accolse come un salvatore e un passaggio al Nord, nel senso che voleva tornare a Milano.
Miglia non se lo fece ripetere e al terzo pranzo da convitato di pietra le prese la mano e disse “adesso andiamo” lasciando il padre, forchetta a mezz'asta, con il vuoto dentro ma non in bocca, nel senso che era piena di bucatini.
A Milano dove? Dall'unica risorsa disponibile per gli scavezacollo, la porta sempre aperta, nel senso della mamma.
La sciura Migliavacca fu chiara: la ragazza le piaceva (l'Angela s'era messa giù da morigerata, nel senso di processione di San Cosimo) e potevano usare la camera degli ospiti che tanto i tempi erano cambiati da quando era giovane lei.
Ma Francesco doveva trovarsi un lavoro, nel senso di normale.
La memoria di suo padre era ancora sentita in filiale e il direttore, memore della dedizione dello stesso, lo indirizzò come commesso presso il negozio di abbigliamento di un facoltoso correntista, il Mambretti, cui aveva chiesto di chiudere un occhio nel senso di anche tutti e due.
Sullo stile il Miglia andava forte, anni di soldi facili gli avevano permesso stramberie e gran classe, con quella ecletticità da mala che faceva abboccare i figli di papà, nel senso che sganciavano.
In capo a due mesi si era costruito un giro di clienti fighetti che passavano un giorno si e l'altro pure, e il Mambretti aveva visto il beneficio, nel senso della cassa piena.
Lavorare così lo divertiva, perché era sempre un po' come pigliare per i fondelli il sistema, la società.
Però era bravo, e il Mambretti lo aveva già promosso a capo commesso, poi direttore di negozio, con uno stipendio finalmente degno.
Giusto in tempo perchè, grazie alla camera degli ospiti della sciura Migliavacca, l'Angelina aveva un ritardo, nel senso che il patatrac era fatto.
E sempre la sciura Migliavacca organizzò tutto con Don Franco prima che il pancino le sporgesse quel tanto da far biascicare le matrone al mercato, e il Miglia si trovò anellato, nel senso di sposo e pure futuro padre.
L'unica nota dolente niente genitori di lei al matrimonio ma – soprattutto – niente Tabacca.
Scappando, nel senso di a piedi, dall'ennesimo colpetto aveva incrociato la nuova Polizia, meno romantica più sbrigativa. Un colpo di Beretta lo aveva quasi mandato al Creatore, per poi restituirlo invece paraplegico, nel senso che la corsa era finita.
Si mise a fare lavoretti di riparazione in elettronica, assolutamente legali, ma li faceva a casa sua perchè il giudice aveva pensato bene di dargli i domiciliari per i due telecomandi cancelli taroccati che avevano trovato alla banda dei villini.
Miglia se lo andava a trovare ogni tanto, anche con l'Angela, per quattro chiacchiere e due bicchieri.
Dopo Anna era arrivata pure Mariella. E alla seconda figlia il Mambretti gli fece finalmente l'offerta che avevano tutti e due in testa da tempo: prima socio di minoranza poi un po' di più. Il cielo con un dito, nel senso che andava benone eccome.
E così, una domenica, a passeggio tra Galleria e il Duomo con la famiglia, le lasciò andare un po' avanti, per rimirarsele.
Era un uomo fortunato: due belle bambine, una moglie ancora giovane e attraente come il primo giorno, un appartamento quasi pagato, un bel lavoro. Chi poteva essere più felice.
Un lampo di luce sulla vetrina della Rinascente lo fece voltare, e si vide riflesso nel vetro lucido.
E vide suo padre. Più alto, un po' più magro, ma suo padre. E allora capì.
Nel senso che aveva capito.